Turbamenti e soavi malinconie  – Ragazze di campagna di Edna O’Brien

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Per chi è invaghito dell’altra metà del cielo e non si stanca di interrogarsi su come sono fatte le donne, di spiare la loro emotività, di conoscere ogni segreto dell’adolescenza femminile; ma anche per le ragazze di ogni età che non rinunciano a specchiarsi nella irripetibile stagione delle fanciulle in fiore, è appena apparso da Elliot Edizioni il romanzo dell’estate da regalare a figlie amiche sorelle e alunne come un breviario irrinunciabile. Si intitola “Ragazze di campagna”, talmente scandaloso quando uscì  in Irlanda mezzo secolo fa, da venire  addirittura proibito; e ben capace ancora oggi di suscitare turbamenti, ribellioni e soavi malinconie. Edna O’Brien lo scrisse in forma di memoriale raccogliendo la freschezza del cuore in una fiala di profumo inebriante.

Lo scenario è la povertà estrema e la indocile dignità di un Paese che come pochi altri ha saputo trarre dalla lotta per la vita sublimi vertici d’arte, a iniziare dalla letteratura e dal cinema. E vi si narra di Caithleen che vive in una contea isolata insieme a un padre manesco e ubriacone, e a una madre troppo sensibile per reggere alla violenza domestica, la quale un brutto giorno sparisce, forse annegata in un lago. La bambina viene così ospitata dalla famiglia ‘benestante’ di Baba, sua migliore amica e instancabile torturatrice. Essendo assai più sveglia, carina e spregiudicata, la tratta da pitocca e da “scimunita fatta e finita”; possiede una fiammante bicicletta rosa, odora sempre di buon sapone, ha ginocchia rotonde e formose e un sorriso bellissimo con le fossette sul viso morbido e paffuto al punto giusto: “Avrei potuto uccidere per avere tutte quelle cose”. Il capofamiglia, signor Brennan, è un mite veterinario, la moglie Martha un’elegante amareggiata sognatrice: “Desiderava due cose dalla vita e le aveva entrambe: alcol e ammirazione”. Tra gli abitanti del borgo c’è anche un signore di origine francese che tutti chiamano Mr Gentleman, per i modi raffinati: “Il suo sorriso era bello, anche se distante e molto altezzoso”. Il gentiluomo ha una moglie che non compare mai e guida una lussuosa automobile nella quale un giorno offre un passaggio a Caith: “Presi posto sul sedile di cuoio nero, accanto a lui, col cuore che batteva all’impazzata. Mi succedeva sempre, ogni volta che lo sentivo parlare o che lo guardavo negli occhi”. Arrivati insieme a Limerick, lui la invita a pranzo: “Era la prima volta che entravo in un albergo di città”. E lei per l’occasione si tinge le labbra, ma l’effetto non è quello sperato: “Gli uomini preferiscono baciare le ragazze senza rossetto, lo sapevi?” Mr Gentleman la porta anche al cinema, e sulla via del ritorno stacca la mano dal volante per posarla sulla sua gonna: “La mia mano lo stava aspettando. Intrecciammo le dita e restammo così per il resto del viaggio, tranne che nelle curve molto strette.” “Sei la cosa più bella che mi sia mai capitata”, le dice lui. “Non aggiunse altro, solo quelle quattro parole, sussurrate”. Sufficienti a farla innamorare irreparabilmente. Quando scende dalla macchina la ragazzina è cambiata: “La mia anima era viva, in estasi, qualcosa che non avevo mai provato prima. Fu il giorno più felice di tutta la mia vita”.  Caithleen che è brava a scuola vince una borsa di studio per le superiori presso un convento di suore all’altro capo della contea. Baba decide di seguirla, pagando la retta, pur di lasciare l’odioso villaggio, ma la vita nella severissima scuola delle suore si rivela peggiore di ogni previsione. La disciplina è ferrea, ossessiva, il vitto pessimo, spietata la repressione di ogni spontaneità; la camerata è un lager, per mettersi a letto è obbligatorio spogliarsi al riparo di una vestaglia onde evitare di guardarsi le une con le altre: “L’intero dormitorio piangeva, si sentivano i singhiozzi soffocati sotto le coperte.” L’unico sollievo è il ritorno a casa per le vacanze.  Caith ha ricevuto in dono delle scarpine scamosciate col tacco: “Per tutta la cena continuai a sbirciarmi i piedi sotto la tavola. Alla fine mi sedetti di sghembo così da poterli guardare di continuo e rimirarmi le gambe, fasciate dai collant color oro che mi aveva regalato Martha”.  Avviene un nuovo incontro con il signor Gentleman, il quale si reca dai Brennan a salutare le bambine e bacia per prima Baba sui capelli: “Mi tremavano le ginocchia all’idea che avrebbe baciato anche me. “Caithleen” disse e mi baciò sulle labbra, un bacio rapido, asciutto, e poi mi strinse la mano”. Il giorno successivo la invita a salire sull’auto nuova: “Con i sedili di cuoio rosso e il posacenere pieno fino all’orlo di mozziconi”. Come previsto lui imbocca una stradina secondaria: “Ti sei fatta bella, molto bella”. Caith è snella, più alta della sua età con “una massa di capelli color rame sempre un po’ spettinati”. La neve fiocca sempre più fitta, nell’abitacolo è freddissimo,. “Ora so il latino e l’algebra”, spiega lei prima che lui la prenda tra le braccia. “Mi baciò. Un bacio vero. Lo sentii in tutto il corpo. Persino le dita dei piedi, intirizzite e doloranti dentro le scarpe nuove, risposero a quel bacio e per quei pochi secondi la mia anima fu perduta”. Ciò che segue non è banalmente immaginabile. In capo a tre anni Baba non resiste più al collegio, così convince l’amica a scrivere un biglietto talmente scellerato da farsi espellere con disonore. Come avviene puntualmente quando le suore leggono: “Padre Tom ha infilato il suo lungo coso dentro…” Le ragazze sono di nuovo libere, ma a che prezzo! Riescono tuttavia a coronare il sogno di andare a vivere a Dublino, dove per mantenersi Caith trova un lavoro da commessa in una drogheria. Nella capitale si compie la vera educazione  sentimentale, non sempre indolore né priva di conseguenze. Per uscire la sera infilano calze di nylon con le cuciture, guardandosi dietro per vedere che siano belle dritte: “Erano davvero sexy”. A Dublino si trasferirà per lavoro anche il signor Gentleman. “Quella domenica, per la prima volta, non andai a messa”. E a questo punto non è possibile aggiungere di più.

L’immagine è tratta da “Lolita” di Adrian Lyne

 


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