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Rai, addio…

 

“Sul ponte sventola bandiera bianca”, canta Battiato. Immagine assolutamente calzante per ciò che sta avvenendo sulla Rai. Dopo tanto conversare sulla cacciata dei partiti dall’azienda, si ritorna alla casella numero 1 del semiserio gioco dell’oca. Eccola di nuovo: la legge Gasparri. Il prossimo consiglio di amministrazione sarà eletto con la pessima normativa in vigore, quella berlusconiana varata sotto l’egida -appunto- dell’allora ministro Gasparri. È stata una nota del titolare dell’Economia Padoan, cui è intestata la formale proprietà, a dire che “il re è nudo”. Si proceda con lo specifico “porcellum”. Il dibattito di queste ultime settimane sulla riforma del servizio pubblico appare, dunque, una tragica beffa. Ai danni del presente e del futuro di quella che viene chiamata farisaicamente “la principale azienda culturale italiana”.

E meno male, chissà che ne sarebbe se fosse un po’ meno. Del resto, la (contro)riforma  proposta da Renzi altro non era -e non è- che un mediocre aggiornamento della imbarazzante disposizione del 2004, a causa della quale l’Italia è sotto accusa in Europa. Torniamo al ddl ora al Senato. Gli amministratori passerebbero da nove a sette. L’unica vera “rivoluzione” andava nel senso dell’autoritarismo dirigistico oggi alla moda: l’introduzione di un amministratore delegato dotato di enormi, abnormi poteri. E, infatti, una “gelida manina” depositò nei giorni scorsi un emendamento del governo, involuto a leggerlo con ingenua volontà interpretativa, furbastro alla luce degli eventi. In previsione del flop della(contro)riforma, la piccola astuzia ha fatto capolino. Quell’emendamento, volto a dare al direttore generale le medesime funzioni dell’ad, chiude il cerchio.

Il Cda si rinnova con l’antico rito e il dg diverrà capo azienda una volta approvato il disegno di legge  dell’esecutivo, o magari attraverso un secco decretino fotocopia dell’emendamento della “gelida manina”. Vedremo. Certamente, però, va registrata una consistente batosta del governo: senza strategia e senza tattica. La scadenza della convenzione con lo stato è vicina e la sottolineatura reiterata e ripetitiva sul moderno Principe pubblico pedagogico-educativo-fictionmaker ha un che di beffardo. Non si finisce mai di imparare, ci ammonisce il proverbio. Ma un finale di partita così sfuggiva persino all’immaginario pessimista. Tuttavia, l’amara chiave di lettura di simile orrido titolo di coda non va trovata in qualche misterioso retroscena. È la prova provata dell’effettiva verità delle cose. Al ceto politico che ha oggi in mano il pallino del servizio pubblico-bene comune interessa pochissimo. E’ solo una “varia ed eventuale”, travolta da un diverso ordine di priorità. Di televisione non ci si occupa, la si occupa. Il “nuovissimo” governo di Renzi è assai simile all’ormai consumato andazzo di quel centrosinistra che, con modalità tristemente simili, affossò la legge sul conflitto di interessi e, udite udite, proprio la riforma della Rai. Un brivido percorre il corpo e l’anima.

Fonte: “Il Manifesto”

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