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I conti con la coscienza

 

La legge è uguale per tutti, fatta salva la libertà di coscienza. Lo so, può apparire brutale, ma se qualsiasi altro cittadino, all’infuori dei parlamentari, fosse stato raggiunto da un provvedimento come quello indirizzato ad Antonio Azzollini, oggi non sarebbe a piede libero. Populismo? Forse, però è così.

Azzollini non è oggetto di una richiesta di arresto per questioni legate alla sua attività politica, tale da far supporre che sia una ritorsione, come peraltro affermato dalla stessa Giunta per le immunità, ma per reati comuni e insieme a una decina di persone, alcune delle quali con identici o più pesanti provvedimenti a cui non hanno potuto opporre nessuna guarentigia. Se l’inchiesta è una montatura o un’esagerazione, come pensano evidentemente coloro che hanno votato contro l’arresto del senatore del Nuovo centro destra, allora è necessario che la stessa maggioranza che ha impedito la carcerazione di un innocente si attivi per fare giustizia degli altri per la medesima azione giudiziaria detenuti.

Però, la verità la sappiamo tutti: come ha detto il capogruppo dei sentori Pd Luigi Zanda scrivendo ai suoi colleghi, il caso dell’ex sindaco di Molfetta è stato valutato “in libertà di coscienza” e, coscientemente e con il favore del voto segreto, è stato salvato. Che poi, pure questa faccenda del voto segreto è strana: perché non lo si volle per Berlusconi? Visto l’esito della votazione di ieri a palazzo Madama, tutto lascerebbe pensare che se ne respinse l’eventualità per evitare che, nascosti dalla pulsantiera, i portatori di tanto laticlavio avrebbero potuto mostrare più solidarietà col loro pari potenzialmente decadente.

Se il risultato non piace, anzi, se addirittura il Pd dovrebbe chiedere scusa, e lo dice il Pd, con la sua potentissima vice-segretaria Debora Serracchiani, dopo aver esercitato un voto in piena libertà di coscienza, alcuni dovrebbero cominciare a considerare l’ipotesi che il problema non sia tanto nella libertà, continuamente limitata da decreti e richieste di fiducia, ma nella coscienza, che, appena può, si manifesta per quella che è.

Adesso, la corsa a capire chi ha votato in un modo o nell’altro è questione oziosa. Sempre Zanda mette avanti le mani: “Purtroppo nel Parlamento italiano il voto segreto è diventato un’arma politica, troppo spesso usata strumentalmente. Questo rende molto difficile interpretare correttamente il voto”. Colpa del segreto, insomma, nel senso del voto. Anche gli esperti del pallottoliere sono già tutti all’opera: i maligni dicono che sono tutti dem, cioè i due terzi del gruppo al Senato, i voti che mancano per arrivare dai circa 130 di Ncd, Fi, Gal e altri che si erano già detti contrari all’arresto, ai 189 poi contati da Grasso, mentre quelli de l’Unità fanno sapere che, calcoli alla mano, sarebbero “poco più di 30 i voti giunti dal Pd in soccorso” di Azzollini.

Devo dire che propendo per la lettura più favorevole al partito di Renzi. Sessanta mi sembrano un’esagerazione, e non è escluso che qualcuno del misto o di altri gruppi abbia sentito forte l’afflato e il richiamo del cameratismo. E poi, dopotutto, i senatori sono circa un terzo di tutti i parlamentari, e “poco più di 30” è circa un terzo di 101.

A meno di non credere che oggi siano 202, ovvio.

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