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Diritti dietro la lavagna. La “buona scuola” è la scuola della Costituzione?

 

C’è una idea di scuola che dimentica chi la scuola la fa.  Meglio detto, ne contrasta i ruoli e le capacità. Insegnanti e studenti sono fianco a fianco contro un disegno di legge che di riforma ha solo il nome: ci sarà una ragione che crea questa comunanza, comunanza difficilmente rintracciabile in altri anni segnati da altri disegni normativi?

C’è un’idea di scuola che si avvicina a quella di una qualunque azienda. Un dirigente scolastico che diventa il deus ex machina e decide tutto, l’organico, le assunzioni, i compiti degli insegnanti. Farà anche la pagella per i professori, questo dirigente scolastico investito di tanto potere?

Si vuole creare una nuova figura di preside come governante della scuola, si vuole riprodurre anche nel mondo della scuola un accentramento di potere, che però rischia di aumentare i conflitti e le difficoltà nella gestione della scuola. Non è una questione solo di democrazia – dice un professore come Stefano Rodotà – ma di semplice funzionalità.

La scuola è tutto: è la cultura che forma le giovani generazioni, è la piattaforma di un’intera società che si prepara al lavoro e alla vita di relazione, è il luogo in cui l’eguaglianza si impara senza bisogno di essere insegnata. E di scuola pubblica si parla, perché la scuola è di tutti e per tutti: questo dice l’art. 34 della Costituzione. 

C’è un’idea di scuola in questa “riforma” che contrasta con la Costituzione.

La Carta fondamentale del nostro Paese stabilisce che la Repubblica deve istituire scuole di ogni ordine e grado e deve in primo luogo consentire che la scuola pubblica funzioni al meglio. Solo quando questa condizione sarà soddisfatta, si potrà pensare ai privati.

Il prof. Tullio De Mauro è esplicito su questo: istruirsi è un diritto soggettivo di cittadini e cittadine, ma “rendere effettivo questo diritto” non è una faccenda privata, è un dovere della e per la Repubblica, che deve trovare i mezzi per consentirne l’esercizio.

L’idea della cosiddetta “buona scuola” è che ci siano due categorie di scuole.

La scuola pubblica subisce tagli continui e viene privata di risorse. Solo quella privata avrebbe il privilegio di finanziamenti, anche dai privati: è così difficile intuire che questo avverrà nelle scuole dove i ragazzi appartengono a famiglie benestanti, mentre nelle scuole disagiate nessuno vorrà investire?

La Costituzione ci indica un cammino, un intreccio vivo di principi che costituiscono le fondamenta di una democrazia.

Parlano di scuola gli articoli 33 e 34, ma questi articoli vanno di pari passo con l’art. 3: la scuola è il luogo istituzionale per antonomasia in cui devono ritrovarsi “tutti i cittadini (…) senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” .

La scuola non è un un pezzo qualunque dello stato, è un “organo costituzionale” – dice ancora il prof. De Mauro – come videro Piero Calamandrei e i ragazzi di Barbiana di don Milani. Ma la riforma della cosiddetta “buona scuola” tace su questo.

Vogliamo davvero che i diritti sanciti dalla nostra Costituzione siano mandati dietro la lavagna? Una volta si mandavano dietro la lavagna i somari. O i ribelli. La punizione sembra essere la colonna sonora di questa “buona scuola” che è in votazione al Parlamento. Fermare questo disegno di legge: lo chiedono insegnanti, studenti, famiglie. Mai così uniti.

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