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Sergio Borsi, lo chiamavano “il generale” ma non dava ordini, faceva vedere il suo punto di vista

 

Questo è un “pezzo” che proprio non avrei voluto scrivere. Sergio era da quasi un anno appena un filo di voce che faceva i conti con le dialisi, ultimamente anche con l’impossibilità di camminare ma era una voce che restava forte e lucida, sempre capace di tenere insieme forza e volontà. L’ultima volta, pochi giorni prima del tracollo, al telefono, indagava come sempre, un po’ di notizie sulla salute, giusto per notare come il destino aggiungeva altri pesi e poi le domande – serie – sulle passioni di una vita: come va il sindacato, coma va la Casagit, era stato consigliere d’amministrazione dal 2001 al 2005, come cambia questo mestiere e i colleghi… e il nostro futuro.

Aveva sempre grande lucidità e un angolo di visuale in più da mettere sul tavolo, una nota arguta, una battuta. A Sergio piacevano i passaggi difficili, come quando andava in parete sulle montagne della Valtellina o sulle Dolomiti.
Di passaggi difficili ne ha avuti e gestiti tanti. Erano anni duri quelli di Borsi Segretario della Federazione della Stampa Italiana, anni di terrorismo, di giornalisti come obiettivi da colpire. Ma c’era stato anche un altro passaggio critico, più contrattuale: quello delle grandi trasformazioni dei giornali degli anni ’70 con i computer che entravano in redazione e rivoluzionavano il modo di lavorare.

Una ricca vita professionale: gli inizi con il Popolo, l’Avvenire, l’Ansa, poi l’impegno sindacale nazionale. Dopo in Rai come capo della redazione di Torino dall’86 al 1991. In una Rai che distribuiva possibilità di lavoro con il Cencelli in mano Sergio Borsi rappresentò, per me come per altri colleghi, la differenza tra il restare al palo di contratti a tempo determinato o trovare finalmente un contratto stabile, vero. Lo chiamavano “il generale” anche se non credo di avergli mai sentito dare tanti ordini, semmai faceva vedere, anche a colleghi di livello, il suo punto di vista. Non sopportava, e qui il sindacalista dimostrava di esserci sempre, di veder travolgere il merito, la professionalità, il mestiere. A Torino lascia il segno, ridisegna la redazione, anche gli spazi di lavoro, che restano così anche oggi; lo chiamano “capo arredatore”, lui sorride, va – come sempre – oltre: all’obiettivo. Con lui nascono nella redazione di Torino rubriche nazionali come Ambiente Italia e si mettono le basi per il telegiornale scientifico, Tgr Leonardo. Pagine di Tv che resistono ancora oggi, 25 o 23 anni dopo. Poi dopo Torino un incarico a Roma, è il ’91, a viale Mazzini come assistente dell’amico Gianni Locatelli direttore generale della Rai. Erano gli anni della stagione dei “professori”, si avvicinavano gli anni di mani pulite. Ricordo lunghe passeggiate dopo cena, quando passavo da Roma per un servizio o di ritorno da una missione, con aneddoti ed entusiasmi di una stagione che voleva portar via un po’ di aria viziata anche da “mamma Rai”. Finita quella stagione torna, in qualche modo, a casa, prima a Milano, direttore in viale Sempione e poi ancora a Torino, non più in redazione ma ancora a dirigere il centro di produzione.
Un ricordo che ancora oggi mi fa sorridere è di quando, grazie a un amico, riesco a fissare un appuntamento con Armando Testa, pittore, pubblicitario. L’idea, forse il pretesto, era ragionare su come lanciare in modo professionale, come fosse una campagna pubblicitaria, Ambiente Italia. Trovare una chiave di lettura che mettesse insieme habitat e bellezza, cronache di dissesti e speranza. In realtà, in quella che è stata una delle ultime riunioni di Armando Testa, i due parlano per oltre un’ora di giornali, di rotative, di caratteri in piombo, di colori. Sembrano ragazzini che si passano i compiti sul filo di curiosità e mestiere di comunicare. All’uscita, già in macchina, gli dico “ma poi per il programma cosa abbiamo deciso?” e lui mi guarda come si fa con il bimbo del re nudo, “già, è vero… cosa abbiamo poi deciso?”

L’ultima pagina professionale è un ritorno alla carta stampata: dirige l’Eco di Bergamo dal ’96 al 2000, prima di “prendersi una pausa”, come diceva e affrontare con coraggio anni di dialisi e sofferenze. Muore a Milano, all’Ospedale Niguarda, a 77 anni.
Sarebbe davvero poco riassumere tutto solo in quell’ultima voce sottile, quel filo che conservava forza da vendere. Alla moglie Annamaria, ai figli Roberto e Luca un abbraccio.

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