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Repubblica Centrafricana a 2 anni dal golpe. Crisi ancora grave ma è oblio mediatico

 

Una escalation di nuove violenze sta scuotendo la Repubblica Centrafricana nonostante l’Onu e le truppe francesi stiano cercando di stabilizzare il paese e l’intensità del conflitto civile, in alcune aree, sia diminuita. Ma nell’entroterra resta alta la tensione e poco riescono a fare i caschi blu schierati a sostegno della già attiva missione di pace dell’Unione africana, subito dopo il colpo di stato che due anni fa, il 24 marzo, depose il presidente François Bozizé. La situazione umanitaria è drammatica, 2,7 milioni di persone, più della metà  della popolazione, hanno urgente bisogno di assistenza e il 20% ha  perso  la propria casa.
La diffusa mancanza di sicurezza rende arduo ogni tentativo di soccorso da parte delle organizzazioni non governative nei confronti dei civili.
I timori espressi dalla Francia, all’indomani dell’inizio degli scontri, che il Paese africano potesse trasformarsi in teatro di un nuovo ‘genocidio’ si sono manifestati nella più tragica delle realtà.
La Repubblica Centrafricana, da quando le milizie della coalizione ribelle Seleka guidata da Michel Djotodia hanno rovesciato il regime Bozizé, è scossa da violenze e continui attentati. Djotodia nel giro di poche settimane ha perso il controllo dei suoi sostenitori, i quali hanno avviato scorribande che hanno devastato il paese e seminato ovunque il terrore.
Nessuna delle mediazioni messe in campo finora è riuscita a far rientrare lo scontro e avviare un processo negoziale stabile.
La marcia dei Seleka su Bangui, la capitale, ha lasciato sul campo migliaia di vittime. In tutto lo stato dilaga e prolifera l’incertezza nonostante tra quattro mesi siano previste le prime elezioni dopo il golpe.
Bangui e tutte le aree circostanti nei mesi scorsi sono state messe a ferro e fuoco con saccheggi e violenze, soprattutto nei confronti di attività commerciali gestite da libanesi e occidentali, ma anche di enti religiosi.
I missionari italiani che da anni vivono in Centrafrica hanno raccontato che neanche le chiese sono luoghi sicuri e che gruppi di miliziani hanno più volte fatto irruzione armati minacciando i fedeli costringendoli a consegnare i propri averi e le chiavi delle loro auto.
I paesi africani confinanti, tra cui il Sudan, appoggiati dalla Francia e dagli Stati Uniti prima, e l’Onu con il dispiegamento di una missione dopo, si sono adoperati per garantire la fine delle ostilità e il supporto umanitario a milioni di persone che non hanno più nulla.
Eppure la situazione resta tra le più gravi al mondo.
Rispetto a due anni fa, quando raccolsi la testimonianza dolorosa e accurata di monsignor Juan José Aguirre Muños, vescovo di Bangassou, che raccontò come i ribelli si fossero resi responsabili di devastazioni e razzie contro comunità religiose e strutture sanitarie e scolastiche, il contesto appare ancor più tragico.
La scorsa settimana l’ultima denuncia di uno dei tanti episodi che mostrano quanto devastante sia la crisi in questo Paese dimenticato.
Un gruppo di islamici ha attaccato diversi villaggi nella parte centrale uccidendo almeno 20 persone. I problemi sono iniziati quando alcuni pastori musulmani si sono accorti che molti capi del loro bestiame erano stati rubati. Per rappresaglia hanno saccheggiato le comunità ritenute responsabili con l’aiuto dei ribelli
Le organizzazioni non governative che operano sul terreno, nell’anniversario dell’inizio della guerra civile, hanno rivolto un appello alla comunità internazionale.
Oxfam, in particolare, ha sottolineato che il conflitto nella Repubblica Centrafricana ha determinato un quadro drammatico: tra ripetute ed estese violazioni dei diritti umani, omicidi, distruzione di proprietà e  perdita dei mezzi basilari di sussistenza per le famiglie. Ad oggi si contano oltre 860.000 sfollati e il 90 per cento della popolazione è costretta a sopravvivere con un solo pasto al giorno. E potrebbe andare peggio.
La FAO, nelle ultime ore, ha lanciato un ulteriore allarme: gli agricoltori centroafricani hanno urgente bisogno di sementi e attrezzi per la prossima stagione di semina nel mese di aprile, per evitare un ulteriore deterioramento delle condizioni di vita nel paese.
Circa 1,5 milioni di persone, ricorda l’organizzazione mondiale che lotta contro la fame nel mondo, soffrono d’insicurezza alimentare e questa cifra è destinata ad aumentare se non arriveranno aiuti immediati. L’estesa carenza di cibo in tutto il paese potrebbe peggiorare, movimenti di popolazione potrebbero tradursi in un aumento della tensione, il ritorno degli sfollati e dei rifugiati nei propri villaggi potrebbe essere ritardato e il costo complessivo della risposta d’emergenza potrebbe aumentare.
E tutto questo nella totale indifferenza mediatica italiana. La Repubblica Centrafricana, abbandonata al suo destino come evidenziato nell’ultimo report di Msf sulle crisi dimenticate, è stata presente in soli due servizi nei primi otto mesi del 2014.

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