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Le amnesie di Renzi contro mafia e corruzione 

 

L’imponente manifestazione antimafia di Bologna del 21 marzo, promossa da Libera, stimola alcune riflessioni. La prima riguarda l’insoddisfazione popolare sui tempi e i contenuti della discussione governativa e parlamentare per l’adeguamento della legislazione antimafia. Qualcuno ha sottolineato come la maggioranza e l’opposizione siano state invece veloci per l’approvazione delle norme sulla responsabilità civile dei magistrati, percepite negativamente dai magistrati, mentre procedono lentamente, di compromesso in compromesso, in modo inadeguato alla loro pericolosità sociale sui crimini corruttivi, di falso in bilancio, di prescrizione, di autoriciclaggio, ecc.

Ormai anche la gente del Centro Nord percepisce la gravità del radicamento mafioso nelle città, che da qualche decennio il Centro La Torre denuncia criticando l’uso del termine infiltrazione, e reagisce scendendo in piazza. La manifestazione di Bologna, guidata dal coraggioso prete di strada, don Luigi Ciotti, e la presenza lo stesso giorno del Papa a Napoli, dove invitava i napoletani a liberarsi dalla camorra e dalla corruzione, (che fanno puzza), hanno moltiplicato l’effetto mediatico del pericolo nazionale delle mafie. Un bell’esempio di rivolta etica e civile un tempo praticato anche dalla sinistra storica che si rivolgeva a un mondo cattolico tiepido, se non silente, sulle mafie.

A questo punto attendiamo dal Partito di Renzi un’altrettanto approfondita analisi del fenomeno mafioso e una conseguente scelta di priorità politica come sollecitato istituzionalmente anche dal Ministro di giustizia, dalla Presidente della Commissione Antimafia e da alcuni suoi componenti, dalla Presidente della Commissione giustizia della Camera. A cominciare da un attento esame del lavoro di ricerca e proposta realizzato dal sostituto procuratore Nicola Gratteri, su incarico del governo, pronto da tempo ma fermo nei cassetti. Dall’approvazione della Legge Rognoni-La Torre nel 1982, l’Italia, con alti e bassi, ha visto una crescita della pluralità e della trasversalità politica e sociale del movimento e delle culture antimafia. Oggi, il Partito di Renzi sembra aver declinato qualsiasi impegno di elaborazione e azione autonoma antimafia delegandolo ad altri soggetti della società civile o istituzionali, pur essendo chiaramente un partito antimafioso. A scanso di equivoci, non si vuole sollecitare un’elaborazione contrapposta a quanto già esiste da anni sul campo sia religioso che laico, sia sociale che economico, ma anzi a rafforzarlo con nuovi apporti. Considerata la compenetrazione delle mafie nell’attuale crisi di sistema, a un grande partito non basta dichiararsi d’accordo o partecipare a una manifestazione per essere esonerato dall’obbligo etico e politico di produrre una sua autonoma elaborazione culturale e politica antimafia.

Quest’ultima è tanto più urgente per comprendere perché nelle città e regioni amministrate da sempre dalla sinistra e dal centrosinistra si siano potute radicare le mafie moderne. Infatti, a Palermo e in Sicilia, come a Napoli e Campania o in Calabria, le mafie sono nate nell’ottocento, ma nelle regioni del centro nord il fenomeno storicamente è molto recente. Che cosa è venuto meno nella vigilanza democratica che oggi costringe a evocare una “resistenza etica” antimafia? Sicuramente hanno influito la riduzione della partecipazione dei cittadini alla vita politica, indotta dalla sua personalizzazione e dalla crisi della rappresentanza nell’era del neoliberismo dove sono prevalse parole d’ordine del tipo “meno regole, tutti più liberi” ,”pari opportunità non più uguaglianza”, “consumatori non produttori”meno sindacati più lavoro” ecc. Oltre vent’anni di governi tecnici, di governi di centrosinistra o di centro destra, comunque accumunati dalla soggezione alla cultura neoliberista, hanno generato la crescita della povertà attuale del novanta per cento della popolazione e della ricchezza del dieci per cento sempre più ricco. Tutto ciò ha coinciso con l’indebolimento dei sindacati e dei corpi sociali intermedi accusati di lobbismo e con l’esplosione della crisi globale nel XXI secolo. Di pari passo è cresciuta anche un’antimafia opportunista e parolaia che ha favorito affari, carriere politiche e sottogoverno.

Com’è stato possibile a Palermo riconfermare per più di dieci anni un imprenditore la cui azienda è fallita, alla presidenza di una Camera di Commercio col consenso di tutti? Bastava certificare la sua vera antimafia qualche ” sportello legalità”e qualche “premio” intitolato a una vera vittima di mafia o qualche “protocollo di legalità” per ottenere riconoscimenti e credibilità anche da alti livelli istituzionali?Il partito di Renzi e la sua sinistra interna riflettano sui rischi di imbarcare un ceto politico compromesso col passato che potrà durare solo con un Pd col vento in poppa, non significa consolidare consensi duraturi! D’altra parte non convince nemmeno la proposta di ricostruire una sinistra interna avanzata da chi ha qualche responsabilità nella sua liquefazione senza spiegarsi perché sia potuto avvenire. Fino a quando non avverrà, magari, con altre persone, Renzi potrà stare tranquillo. All’orizzonte non si vede ancora il suo rottamatore.

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