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Il governo Renzi alla conquista della Rai

 

Il progetto di riforma radiotelevisiva di Renzi è una vera e propria controriforma: un passo indietro di quarant’anni, a prima della legge del 1975 che riformò davvero la Rai. Poi la ricerca del pluralismo degenerò nella lottizzazione, ma l’attuale progetto non affronta questo problema. Si vorrebbe una Rai sotto l’egida del «Partito della Nazione».

«Verrà un giorno…», diceva ne I promessi sposi Fra Cristoforo. E chissà se verrà mai un giorno in cui la questione della Rai assurgerà al rango di grande vicenda industriale, tecnologica e culturale. Già, perché – come sottolineò lucidamente Raymond Williams nel 1974 – la (radio)televisione è tecnologia e forma culturale. Tuttavia, speranze e profezie non trovano spazio nella concreta discussione in corso. Il disegno del governo Renzi è molto, molto di meno. Per riprendere la «leggerezza» di Calvino, si tratta di «sottrarre peso» ad annunci e descrizioni, separando la sostanza dall’accidente: il poco che rimane è limitato e terribile. Il baricentro del testo è di fatto uno solo: la conquista da parte dell’esecutivo della romana cittadella di viale Mazzini. Una vera e propria controriforma. Un grottesco (oltre che pericoloso) viaggio a ritroso nel tempo: si spostano indietro i calendari di quarant’anni. A prima della legge n.103 del 1975 che –invece – riformò davvero l’azienda: indirizzo e vigilanza al Parlamento, decentramento ideativo e produttivo, ricerca del pluralismo. Certamente, quest’ultimo via via degenerò nella «lottizzazione» e in parte venne meno lo spirito dei primi anni Settanta. Un vasto movimento (dall’Arci, alle Regioni, alla mediologia dell’epoca, a partire dal compianto Giovanni Cesareo) aveva allora portato ad un articolato normativo che, comunque, è ancora un solido punto di riferimento. Malgrado l’ingerenza dei partiti. Intendiamoci, pur in quel clima di soggezione, si trovarono a dirigere reti e testate personalità del calibro di Sergio Zavoli, Andrea Barbato, Emanuele Milano, Massimo Fichera o Angelo Guglielmi, per citarne alcuni. Insomma, guai a cancellare con un tasto del computer ogni memoria e i significativi insegnamenti del passato.

Ora, se mai, si dovrebbe fare un salto in avanti. La Rai va ripensata e forse rovesciata come un calzino, ma non accedendo al controllo diretto del servizio pubblico da parte del governo. Oggi, in assenza – tra l’altro – di un sistema politico come quello che ci consegnò il dopoguerra, non cadremmo neppure in purgatorio, bensì direttamente all’inferno. Una Rai sotto l’egida del «Partito della Nazione», che si erge a dominus generale con la revisione della Costituzione e l’Italicum, diventerebbe un elemento chiave di un inquietante pensiero unico. Ecco, allora, perché è doveroso lanciare un allarme. Siamo in un paese privo di contrafforti, di bilanciamenti dei e tra i poteri. Non c’è una seria disciplina dei conflitti di interesse, manca soprattutto nei media un quadro giuridico antitrust; la politica sì è fatta comunicazione e quest’ultima con Berlusconi ha assunto un ruolo politico immediato. Senza regole, se non la bruttura della legge Gasparri. Se pure l’azienda pubblica perdesse definitivamente le residue parvenze dell’autonomia e dell’indipendenza, i rischi di regime si appaleserebbero davvero. Si mediti su tale deriva, senza preconcetti, con animo libero e critico.

E poi, come è possibile che all’alba del maggiore cambiamento di natura del capitalismo, egemonizzato in profondità dalle componenti finanziarie e cognitive, non si immagini un futuro per la Rai all’altezza del presente-futuro? L’universo «crossmediale», figlio del matrimonio tra telefoni e radiotelevisione, tra cavi-fibre e onde hertziane, vive una condizione densa di opportunità, ma altrettanto segnata da rischi incombenti. Il monopolio dell’era digitale è appannaggio di pochissimi gruppi sovranazionali, da Google, a Yahoo, a Facebook; le strutture della distribuzione e della logistica sono nelle mani potenti di Amazon; l’industria dei contenuti è un oligopolio difficilmente espugnabile, essendo presidiato da tycoon come Murdoch. E, soprattutto, l’entrata in scena di una notevole varietà di piattaforme diffusive (che peccato mortale la storia di RaiWay, che potrebbe essere mangiata dal concorrente!) rende ancor più importante – non meno – la funzione del soggetto pubblico. Da intendere non come entità clientelare ed assistita, ma come strumento per l’accesso democratico dei cittadini al bene comune informazione. Senza discriminazioni e senza accettare il «digital divide». Insomma, non di sola «governance» vive l’uomo. Che il governo accetti, almeno, il confronto parlamentare, dove sono depositati progetti francamente migliori.

Fonte: “Confronti”, aprile 2015

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