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La “forza tranquilla” di Mattarella

 

L’elezione alla Presidenza della Repubblica di Sergio Mattarella ci conforta. Intanto, si tratta di un gran signore della politica italiana e già questo in una stagione così ineducata pare un regalo dello Spirito Santo. Inoltre, i diversi tornanti di una lunga e complessa storia di protagonismo discreto ci hanno mostrato una personalità profondamente democratica. È da attendersi, dunque, un’opera di strenua difesa della Costituzione, ormai da tempo terreno di caccia di autoritarismi più o meno striscianti. Nonché di populismi semplificatori. C’è da aggiungere che proprio la competenza accademica (oltre a quella conseguita sul campo della pratica politica) del nuovo Presidente nel diritto parlamentare ne farà un sicuro garante del ritorno alla centralità delle Camere. Troppi strappi sono avvenuti, con un ruolo straripante del potere esecutivo: decretazione d’urgenza e ricorso al voto di fiducia sono diventati una imbarazzante routine.
E poi, e’ lecito attendersi una “moral suasion” sul conflitto di interessi e sulla libertà di informazione, luoghi emblematici dell’impegno civile del nuovo Capo dello Stato. Molti commentatori hanno ampiamente ricordato la scelta determinata e coraggiosa dell’allora ministro di dimettersi -insieme agli altri quattro colleghi della sinistra democristiana-dal governo Andreotti nel luglio del 1990, alla vigilia del varo della legge Mammi’ sul sistema radiotelevisivo. Quella normativa costituì la sanzione dell’ascesa ormai irresistibile (per connivenze e leggerezze) di Silvio Berlusconi, che consolido’ così il suo impero mediatico. La base per il futuro ingresso in politica e la tela del ragno della degenerazione di una cultura di massa italiana sempre meno plurale e indipendente. Quella di Mattarella non fu solo una scelta di un’area politica di riferimento, bensì la protesta di una persona autonoma e ferma nella tutela dei principi essenziali. Tant’è vero che, alcuni anni dopo, quando divenne vice Presidente del Consiglio con Massimo D’Alema (1998/2000) fu tra coloro che diedero uno sguardo serio e non distratto alle battaglie sulla comunicazione. Ad esempio, nell’arroventata discussione sulla riforma della Rai – colpita insieme dal fuoco avversario e da quello amico- rimase tra i pochi a combattere con nettezza. Tra i non molti che -a memoria di chi all’epoca faceva il Sottosegretario- non rimossero il problema. Nel tormentato percorso parlamentare del disegno di legge n.1138, alla fine irresponsabilmente insabbiato, Mattarella non si dileguò. Insomma, sotto la dolcezza del viso e dei comportamenti, si cela una tempra forte e rocciosa. Tant’è che appare risibile la querelle sulla “vittoria” presunta o reale di Matteo Renzi, nelle tattiche che hanno portato a salire il Colle. Sì, ha vinto il segretario-presidente del consiglio, ma pagando il prezzo di rompere i “patti del Nazareno” e di mostrare un’altra faccia di Renzi. Già, perché Sergio Mattarella e’ un’altra narrazione, foriera di sorprese. Viene avanti un messaggio che ci riporta all’epoca dell’Ulivo. Diamo tempo al tempo, ovviamente. Ma si sente il segno controcorrente di una “forza tranquilla”, per dirla con Mitterrand.

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