Sei qui:  / Opinioni / Il fratello Piersanti sognava una Sicilia più libera

Il fratello Piersanti sognava una Sicilia più libera

 

Otto pallottole, sparate nella centrale via della Libertà da un giovane, con jeans e giubbotto, arrivato con una utilitaria bianca che è subito andato via, hanno segnato il giorno di epifania del 1980 il destino del presidente della Regione siciliana Pier Santi Mattarella, allievo di Aldo Moro, che si era messo in testa di intervenire, dal punto di vista politico ed economico, su quell’isola che non voleva in nessun modo cambiare. Nella berlina presidenziale della regione restò annichilito dagli spari il corpo del giovane presidente della Regione tra le dodici e le dodici e trenta di quella livida giornata su quelle strade quasi deserte dalla statua fino al teatro Politeama nella piazza in un periodo in cui la pistola era un’arma consueta della politica locale (e nazionale).Il fratello Sergio quello che oggi è stato eletto come successore di Napolitano si disperava di fronte all’assassinio del fratello maggiore, la figlia Maria si disperava sul sedile posteriore sul Fiat 132 coprendosi il viso e il figlio Bernardo (si chiamava come il nonno secondo la tradizione) era immobile vicino al cancello e guardava il padre ucciso. Una scena terribile in quella giornata di festa in cui tutti andavano a messa. E il fratello sognava una Sicilia più libera e le voci sul padre che portavano indietro a Castellamare del Golfo, patria dei “castellamaresi” che dal 1925 emigrati in America erano diventati re anche a Newyork, una moglie di Bernardo che si chiamava Maria Buccellato (famiglia di aristocrazia mafiosa), i sospetti sui suoi legami con i potentissimi Rimi di Alcamo, le accuse (peraltro mai provate) di Gaspare Pisciotta al processo di Viterbo negli anni Cinquanta, le denunce del sociologo triestino Danilo Dolci sulle sue complicità nel Trapanese fino alle pagine dedicate dalla commissione parlamentare antimafia alle sue imprese fino alle confessioni dell’ultimo
pentito di Cosa Nostra Francesco Di Carlo.
La verità è che quell’assassinio mafioso, così arrogante e simbolico, segnò il destino di molti, a cominciare dal fratello Sergio che comprese la necessità di raccogliere in qualche modo quella insanguinata eredità di Pier Santi. E, venticinque anni dopo, è arrivato il tempo di poterlo fare.
Mentre nella capitale siciliana si vive questo particolare momento a distanza di qualche centinaia di chilometri nella città calabrese di Crotone si vive l’arresto di decine di persone delle cosche ‘ndranghetiste di Grande Aracri e del clan mafioso Fasciani ad Ostia. E’ passato un quarto di secolo ormai ma le associazioni mafiose della penisola vanno avanti a grandi passi. Fino a quando accadrà?

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE