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La fine non è nota – Elena Ferrante, Storia della bambina perduta

 

Siamo al quarto e ultimo atto, cala il sipario sulla tumultuosa saga di Elena Ferrante iniziata nel 2011 con “L’amica geniale”, il fenomeno letterario più appassionante dell’ultimo decennio in Italia. Eppure la fine non è nota. E nulla ancora conosciamo sull’identità della scrittrice che resta irraggiungibile. Sappiamo che è nata a Napoli nel ’43 o ’44, circola sulla rete un’immagine di lei verosimilmente infedele, ed è da escludere che dietro lo pseudonimo si nasconda un uomo perché la narrazione, fluviale, è sfrenatamente al femminile. Al punto che è arduo a tratti frenare l’irritazione, la voglia di gettare via il volume, fargli fare un bel volo! Il diluvio di parole è più forte, in grado di incatenare davvero a un sortilegio. La narrazione dall’infanzia alla vecchiaia delle due amiche, Lena (Lenù) e Lina (Lila), sullo sfondo degli ultimi sessanta anni della nostra storia nazionale, rimane incollata addosso come una seconda pelle. E’ dall’esordio con “L’amore molesto” (1992) che l’autrice ci attira nella sua Napoli arcigna e feroce, irta di personaggi, luoghi, amori, vendette, stupri e tradimenti, che diventano indissolubilmente nostre. Abbiamo vissuto attraverso lei il misero quartiere di periferia in cui si dipana l’intricata vicenda, lo stradone percorso dai camion rimbombanti, il tunnel della ferrovia oltre la curva buio come la porta dell’inferno, le case fatiscenti al cui interno si affollano tormentosi segreti e indicibili sofferenze.

Abbiamo visto le due bambine, all’inizio, gettare di proposito le loro bambole di pezza oltre la grata dello scantinato di don Achille Carracci, ‘borsanerista e strozzino’ che tiene in soggezione la povera gente praticando il malaffare con pugno di ferro; l’orco spietato, alla cui porta decidono di bussare con quel pretesto, salendo le scale e tenendosi per mano per farsi coraggio, una avanti, Lina, sfrontata, già impavida, l’altra dietro, tremebonda, per sempre gregaria. Da quel preciso istante, da quella ‘scena primaria’ che spezza la diga, erompe inarrestabile l’alluvione del racconto, con al centro il severo patto di complicità tra le protagoniste; un gioco di specchi e di scambi in cui a stento riusciamo a decifrare chi delle due sia “l’amica geniale”. Solo allo spirare della recita, in questo quarto volume, Lena, Lenuccia, l’io narrante intravvede la verità che uno scrittore non vorrebbe mai scoprire; è la consapevolezza della propria irrimediabile inconsistenza di fronte al riverbero di un talento superiore: “Mi sorprendo a domandarmi se io davvero non ho mai scritto un romanzo memorabile e lei invece, Lila, lo sta scrivendo e riscrivendo da anni”.

Le due ragazzine sono ormai diventate adulte, poi anziane. Dagli anni Cinquanta ad oggi hanno vissuto cambiamenti epocali, hanno assistito a un improvviso sguaiato benessere, alla contestazione, all’ebbrezza della prima libertà sessuale, alla sbornia politica, agli anni di piombo, al terrorismo; e sempre torva, minacciosa la cupola della piovra camorrista che tutto controlla imponendo le proprie regole infami. Lena in apparenza ce l’ha fatta a fuggire: grazie alle borse di studio s’è laureata alla Normale di Pisa, ha sposato il rampollo di una colta e potente famiglia del nord, con lui ha concepito due figlie, e grazie alla protezione dei suoceri ha iniziato una brillante carriera di scrittrice impegnata. Ma poi il riapparire improvviso di Nino, il brillante liceale di cui tutte le femmine in classe erano innamorate e che proprio la sua amica del cuore le aveva sottratto, la risucchia come per un maleficio nel gorgo del quartiere. Con la furia nel ventre la protagonista dissesta la propria famiglia, si separa dal marito lasciando Firenze, si mette con il bel tenebroso di un tempo, ora intellettuale arrivista assetato di successo; ci fa una figlia e torna a vivere a Napoli sperando che lui lasci la moglie per lei. Ma sono vuote chimere nei confronti di un narciso dalle pulsioni incontrollabili, rotto a ogni compromesso nella corsa al potere politico. Dall’elegante appartamento di via Tasso con vista sul golfo, la scrittrice si lascerà scivolare nelle malebolge del rione: torna ad abitare la casa buia e triste che era stata il suo nido avvelenato da bambina, alimentando l’accesa polemica delle due figlie più grandi che aspirano allo stile e ai lussi della famiglia paterna. Sebbene nel quartiere tutto sembri cambiato per l’inevitabile avvicendarsi di matrimoni e morti, di intrecci e violenze, di fatto incombe la fatalità di uno scenario sordido e immutabile, che resta il cordone ombelicale indispensabile alla sua creatività.

Lina attraverso terrificanti cadute e resurrezioni è pervenuta a un’apparente stabilità; ora conduce con successo un’azienda informatica, ha anche lei una figlia, Tina, coetanea di Imma, l’ultima nata di Lena; vive insieme a Enzo, un compagno in muta e casta adorazione. Non ha mai piegato il capo ai camorristi che dominano incontrastati nel quartiere, e pagherà cara la propria indomabilità. E’ lei la spalla e l’alibi di Lena per ogni fuga e ritorno. Lila non ha scuole, non è diventata scrittrice come spasimava da bambina leggendo “Piccole donne”; al proprio posto ha spinto avanti l’amica, la brava studentessa, caparbia, disciplinata, più idonea al riscatto. La quale alla fine ce l’ha fatta, senza però portare a vera compiutezza il loro accordo segreto. Perché? Cosa le è mancato? Quando Lenuccia ormai celebre, benestante, stimata dentro e fuori d’Italia, riapre a caso un proprio libro, ne avverte tutta la fragilità: “Difetti, eccessi, toni troppo esclamativi, la vecchiaia di ideologie che avevo sostenuto come indiscutibili verità”.

Prevale il dubbio assillante di non aver avuto le ali per volare più in alto, quanto Lila avrebbe saputo fare; e per rimediare al complesso di inferiorità, Lenuccia, al mondo Elena Greco, decide di scrivere la loro storia, mettendo al centro senza ritegno la figura dell’amica. Il romanzo otterrà un nuovo, inaspettato successo, ma segnerà anche il definitivo distacco da Lila e l’ammissione di un irrimediabile fallimento: “Ho pensato che questa storia potrebbe continuare all’infinito, raccontando ora lo sforzo di ragazzi senza privilegi che per migliorarsi pescano libri tra vecchi scaffali, come abbiamo fatto Lila e io da ragazzine; ora il filo di chiacchiere seducenti, promesse, inganni, sangue che impedisce alla mia città e al mondo ogni vero miglioramento”.

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