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Mattarella al Quirinale, una candidatura tutt’altro che di ripiego

 

Chi conosce appena un poco, per i suoi studi costituzionalistici  ma anche per la sua personale esperienza, la politica italiana, sa che l’esperienza politico-culturale, e l’indubbia dirittura morale, fanno di Sergio Mattarella, fratello minore del presidente della regione siciliana Piersanti, ucciso da Cosa Nostra il 6 gennaio 1980 a Palermo, un candidato degno di diventare il dodicesimo presidente della nostra repubblica.  Ma oggi è giovedì 29 gennaio 2015 e soltanto alle tredici di oggi il presidente-segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, farà capire se i 580 voti di cui l’ex sindaco di Firenze ragionevolmente dispone mettendo insieme i voti dei grandi elettori del suo partito più quelli del Nuovo Centro Destra e dell’Unione di Centro saranno messi in campo nella quarta votazione di sabato, o più probabilmente venerdì pomeriggio, per condurre alla sua elezione. Questa volta sembra di assistere dall’esterno a una partita di poker in cui proprio chi ha il privilegio di dar le carte agli altri giocatori, cioè Matteo Renzi, vuole ritardare il più possibile la rivelazione del nome che il maggior partito oggi del parlamento vuole scegliere infine per identificare il nuovo Capo dello Stato. Intendiamoci anche Romano Prodi e Pierluigi Bersani hanno queste caratteristiche e chi mi conosce sa che l’ex presidente del Consiglio dell’Ulivo  nel 1996, e dieci anni dopo, corrisponde più direttamente alle idee che coltivo sull’Italia contemporanea ma l’elezione di Mattarella non sarebbe in nessun modo un ripiego per chi ha vissuto nell’Italia repubblicana gran parte della sua vita sul piano politico e culturale. Basta ricordare alcuni elementi di fondo.

Sergio Mattarella, come il fratello Piersanti, nasce nella capitale siciliana il 23 luglio 1941, nella fase più buia della dittatura fascista, quando le truppe italiane attaccano l’Unione Sovietica alleate alle SS e alla Wermacht di Hitler prima di essere sconfitte due anni dopo in Africa e in Europa. Sergio è figlio di Bernardo Mattarella, politico democristiano più volte ministro tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Da giovane ha militato nell’A zione Cattolica e della Federazione Universitaria Cattolica(FUCI) ed è stato docente di Diritto parlamentare nell’Università di Palermo.  Vicino alla corrente di Aldo Moro nella Democrazia Cristiana, dopo la morte del padre nel 1968 e l’assassinio del fratello nel 1980 fu eletto deputato nelle elezioni politiche del 1983 nella circoscrizione occidentale della Democrazia Cristiana e rieletto quattro anni dopo fu sempre vicino alle correnti di sinistra del partito cattolico e in particolare al segretario Ciriaco De Mita. Quell’anno fu nominato ministro dei rapporti con il parlamento nel governo Goria e confermato nello stesso incarico nel successivo governo De Mita. Due anni dopo nel 1989 con la formazione del sesto governo Andreotti fu nominato ministro della Pubblica Istruzione. E il 27 luglio 1990, insieme ad altri cinque ministri della sinistra democristiana, si dimise per protestare contro l’approvazione della legge Mammì ,soprannominata ironicamente legge Polaroid in quanto si limitava a fotografare la posizione dominante del gruppo televisivo di Silvio Berlusconi. Posizione, inutile dir lo, molto diversa da quella avuta dall’attuale interlocutore dell’uomo di Arcore nel fin troppo noto “patto del Nazareno”. Privo di incarichi di governo, fu rieletto alla Camera nel 1992 e, nello stesso anno, gli fu affidata la direzione del quotidiano della Democrazia Cristiana Il Popolo.  Nella dodicesima legislatura fu il relatore di maggioranza per le leggi di riforma del sistema elettorale al Senato e alla Camera  che recepivano il referendum maggioritario del ’93 e che  Giovanni Sartori definì  Mattarellum e che venne usato nelle elezioni politiche del 1994, del 1996 e del 2001. Mai toccato dalle inchieste giudiziarie negli anni Novanta, fu uno dei protagonisti del rinnovamento democristiano che avrebbe condotto nel gennaio 1994 alla fondazione del Partito Popolare Italiano  nelle cui liste sarebbe stato eletto nelle elezioni del 1994 e nel 1996. Si oppose nel congresso di luglio alla candidatura di Rocco Buttiglione alla segreteria del partito e, quando il deputato pugliese fu eletto segretario, si dimise dalla direzione de “Il popolo”. Nel 1995 chiamò il nuovo segretario “el general golpista Roquito Buttiglion” e definì come “un incubo irrazionale” l’ipotesi poi realizzatasi che Forza Italia potesse essere accolta nel Partito Popolare Europeo.

Nel 1996, con l’affermazione elettorale dell’Ulivo, fu eletto di nuovo alla Camera ed eletto capogruppo dei deputati popolari. Nel governo D’Alema I è stato vicepresidente del Consiglio e nei successivi governi D’Alema II e Amato I è stato ministro della Difesa. Eletto di nuovo alla Camera dei deputati con la Margherita candidato in Trentino-Alto Adige. Dal 2001 al 2003 è stato vicepresidente e poi presidente del Comitato per la legislazione e nel 2006 fu di nuovo deputato nelle liste dell’Ulivo. Non si ricandidò nelle elezioni del 2008 e il 5 ottobre 2011 è stato eletto giudice costituzionale dalle Camere in seduta comune.

Non si può quindi a nessun titolo definire la sua una candidatura di ripiego ma non si può neppure dire il 29 gennaio 2015 che è la candidatura finale del Partito democratico. Sapremo presto se ce ne un’altra oppure no.            

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