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Italia India, l’oscuro commercio tra armi e amianto

 

ROMA – Da diversi anni ormai, quando si parla di India e Italia, la mente corre subito alla vicenda dai contorni oscuri dei due Marò.  

di C.Alessandro Mauceri

Qualche mese fa, poi, è emersa un’altra vicenda, sempre  legata ai rapporti  tra i due Paesi e anche questa dai contorni poco chiari: quella del commercio di armi (che diverse leggi italiane e trattati internazionali vieterebbero, nonostante armi e armamenti prodotti da aziende controllate da imprese a compartecipazione statale facciano bella figura di sé sulle navi da guerra Indiane e tra le dotazioni dell’esercito pakistano). Per avere chiarezza sulla vicenda è stata presentata anche un’interpellanza a risposta scritta che però, fino ad oggi (sono passati quasi due mesi), non ha avuto risposta.

Oggi un nuovo mistero pare avvolgere i rapporti tra i due Paesi. Quello legato all’importazione dell’amianto.  In Italia, la legge n.257 del 27 marzo 1992 vieta «l’estrazione, l’importazione, l’esportazione la commercializzazione di amianto di prodotti di o contenenti amianto». La legge prevede limitate deroghe per l’utilizzo e il commercio, che vanno però autorizzate dal Ministero e che comunque non potevano eccedere i 24 mesi dall’entrata in vigore (e solo per la produzione e la commercializzazione).

Invece, in base a quanto è emerso durante l’audizione dell’Osservatorio nazionale sull’amianto (Ona) alla commissione Lavoro del Senato, l’Italia avrebbe importato enormi quantità di questo materiale (le cui conseguenze nefaste per la salute sono ben note) dall’India e dalla Cina. Dagli atti dell’indagine conoscitiva condotta dal pm Raffaele Guariniello della Procura della Repubblica di Torino, emergerebbe che esiste la prova che “dimostra come agli enti ufficiali dello Stato indiano risulti importazione di amianto in Italia”. Gli esperti della polizia giudiziaria hanno ricostruito il percorso dell’amianto dall’India all’Italia. Tali flussi sono riportati anche nel bollettino ufficiale pubblicato dal Governo indiano dal titolo: «Indian Minerals Yearbooks 2012 – Asbestos – Final Release». Dalle indagini è emerso che si tratterebbe di quantità assolutamente rilevanti: 1040 tonnellate nel biennio 2011-2012, ben oltre, quindi, i termini previsti dalla legge per l’acquisto, l’importazione e l’utilizzo di questo materiale. L’amianto sarebbe stato poi venduto ad una decina di imprese e impiegato nella produzione di vari manufatti: lastre di fibracemento, pannelli, guarnizioni per freni e frizioni di autoveicoli.

Ma non basta, la stessa Agenzia delle Dogane, interpellata dalla procura, non solo ha confermato l’ingresso dell’amianto nel territorio nazionale ma ha anche confermato che questi flussi commerciali sono continuati fino allo scorso anno, il 2014.

Molte le domande ancora da chiarire sulla vicenda. Possibile che nessuno si sia accorto di un simile commercio? E come mai nessuno ha denunciato un simile traffico illecito (almeno stando a quanto previsto dalla normativa vigente)? E poi, che fine hanno fatto i prodotti realizzati dalle aziende italiane in cui veniva utilizzato, sebbene vietato, l’amianto? Come ha riportato LaStampa, pare che i manufatti realizzati da aziende italiane e contenenti amianto siano stati per la maggior parte esportati in molti Paesi: negli Emirati Arabi, in Arabia Saudita, ma anche in Nepal, Israele, Angola, Sud Africa, Oman e Canada. Un mercato multimiliardario. Un mercato sporco e non solo a causa dell’amianto: sulle carte che riportano questi commerci, infatti, non compare traccia del fatto che i prodotti venduti contenevano amianto (anche questo è oggetto delle indagini in corso).

Da dazebao.it

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