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Missing Map Project: i Paesi poveri sono ignorati anche dalle carte geografiche

 

Secondo un rapporto stilato dalla BBC, sembra che la maggior parte di luoghi nel mondo non compaia sulle carte geografiche, specialmente per quel che riguarda i paesi dell’Africa, si stima che le città mancanti siano addirittura sopra al milione di abitanti. Osservando le immagini relative al centro della città di Monrovia, in Liberia, si nota la presenza di strade, piazze ed edifici principali, ma nulla di più.
In parte, si tratta di un progetto già esistente, che prende spunto sia dal sistema di mappatura usato da Google Maps, impossibile però da implementare in quanto progetto privato di Google, ma, più nello specifico alla precedente esperienza di Openstreetmap, con la differenza che mentre quest’ultimo opera a seguito della crisi, Missing Map si propone l’obiettivo di mappare i territori prima dello scoppio di un qualche tipo di emergenza.

Questa necessità è stata evidenziata da Ivan Gayton, di Medici senza Frontiere, il quale coordinava una squadra di aiuti ad Haiti per fronteggiare l’epidemia di colera, quando ricevette la telefonata di una suora che chiedeva aiuto per curare la terribile malattia che aveva colpito il remoto villaggio nel mezzo della foresta haitiana. I soccorsi sono arrivati tardi. Non esistevano mappe del villaggio, solo indicazioni approssimative fornite dalla suora a Gayton, il quale ha sbagliato strada più volte prima di raggiungere il posto esatto. Al loro arrivo, gli abitanti erano tutti morti.
L’episodio ha colpito profondamente l’equipe di Medici senza Frontiere, che da quel momento ha iniziato a elaborare progetti di mappature online, in collaborazione con Humanitarian Openstreetmap.

Il tifone delle Filippine del novembre 2013 è stato l’evento che sancisce la nascita del progetto Missing Map, da quel momento, la Croce Rossa britannica e americana, Msf e Hot hanno unito le loro forze sotto un unico obiettivo: nei prossimi due anni, inserire mappature di 20 milioni di persone. Il metodo è molto semplice, costruito in Crowdsourcing data, sono gli stessi abitanti di un territorio a fornire la mappa esatta. Il satellite scatta la foto precisa della porzione di territorio da mappare, la quale verrà inserita del database del sito, al quale tutti hanno il diritto (e il dovere) di accedervi modificando i dettagli significativi e dando vita alla carta, costruendo strade, fiumi, laghi e quant’altro.

Subentra, inevitabilmente, il problema etico legato a questo tipo di progetto, con un intento nobile: la questione delle minoranze, non più tutelate dopo l’introduzione di Missing Map. Gli ideatori del progetto ammettono l’esistenza di questo problema e l’importanza di non sottovalutarlo, affermando che il software può essere utilizzato sia durante emergenze, crisi umanitarie o epidemie, ma allo stesso tempo per prevenire conflitti interni e criminalità.

La questione etica permane, dare la possibilità a 7 miliardi di persone di accedere a questo database potrebbe avere ricadute negative su una fetta della popolazione, resta il fatto che stiamo assistendo ad una vera e propria rivoluzione nella cartografia. Il motivo per cui è importante scegliere questo strumento ce lo spiega Andrew Braye, Gis Team Facilitator della Croce Rossa britannica, “il crowdsourced data non deve essere scelto perché è economico,  deve essere scelto perché è migliore”.

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