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Addio a Joe Cocker, la voce del blues. Il leone bianco dal cuore nero ha smesso di ruggire

 

Si è spento ieri sera all’età di settanta anni, il leone di Sheffield Joe Coker, stroncato da un tumore nel suo ranch in Colorado. Il grido leonino prima di ogni esibizione è stata la sua consacrazione a bluesman bianco, capace di confondersi e amalgamarsi perfettamente con i grandi interpreti black. Una voce gutturale e increspata, che dava il massimo unita al pathos che accompagnava la musica con i suoi gesti quasi da indemoniato, che molti artisti hanno cercato invano di imitare.

Robert Cocker, meglio conosciuto come Joe, nasce a Sheffield in Inghilterra nel maggio del 1944 e da allora non ha mai lasciato il Colorado, gestiva infatti con sua moglie una associazione per l’aiuto all’infanzia.
La sua prima esperienza musicale con il nome d’arte di Vance Arnold nei pub di Sheffield, per arrotondare lo stipendio di idraulico a cui seguiranno interpretazioni e progetti senza molta fortuna. Il successo infatti, arriva quando nel 1969 canta “With a Little Help from My Friends”, una reinterpretazione del brano dei Beatles, ma impreziosito dal suo modo unico di stare sul palco. Fu un vero successo. L’anno seguente, il bluesman fu a Woodstock. La tre giorni di musica, amore e pace che ha cambiato non solo la sua storia personale ma anche quella della musica blues, grazie al suo timbro di voce e l’interpretazione, con le braccia allargate e i movimenti scomposti.
Come ogni divo maledetto però, comincia a perdere colpi e la sua carriera subisce una brusca frenata a causa della depressione e del problemi legati all’alcol e alla droga, che però il leone risolve grazie alla moglie Pam, tanto da salire sul palco a metà degli anni ottanta.
“Up Where we Belong”, seguita da un duetto con Jennifer Warnes nel 1982, colonna sonora della scena finale di “Ufficiale e gentiluomo” con Richard Gere. Poi un Grammy e un Oscar e nel 1986 con “You Can Leave Your Hat On”, canzone che ha fatto da sottofondo allo spogliarello di Kim Basinger nel film nove settimane e mezzo.
L’urlo lancinante prima di ogni pezzo unito al volto sudato, alla postura con le braccia ciondolanti e lo stomaco di fuori, diventa il suo marchio di fabbrica restando impresso a distanza di anni. Con il successo arrivano i dischi sempre in alto nelle classifiche e contemporaneamente il leone affina le sue qualità di interprete puro.
Uno dei paesi che lo ha accolto con maggiore partecipazione nella sua rinascita personale, è stata l’Italia, grazie all’amicizia e alla mediazione di Zucchero che, con l’entusiasmo dei fan, ha plasmato il suo personaggio sulla falsa riga di Joe Cocker, duettando con lui più volte. Ma anche Eros Ramazzotti nel 1998 ha duettato con lui in “That’s All I Need To Know”. Da allora Cooker ha ridotto molto le sue apparizioni, anche a causa della malattia.
Dopo anni di silenzio nel 2012 esce “Fire it Up”. Nel 2013 fu insignito a Berlino assieme Al Pacino della Golden Camera. Decine di concerti l’anno anche durante la malattia. La scorsa estate a Londra l’ultima esibizione.
È bello ricordarlo con una nota di Mario Luzzati Fergis all’indomani della sua morte: “Molto spesso manager senza scrupoli lo hanno mandato allo sbaraglio nel nostro Paese, anche quando le sue condizioni fisiche e artistiche erano pessime. Lui come con Ray Charles, la disperazione cantata in Blues è diventata struggente spettacolo”.

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