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Le elezioni regionali e il ritorno dei populismi

 

Cinque milioni di elettori sono ritornati al voto nell’ultimo week-end in due regioni molto significative per il paese Italia. Da una parte, l’Emilia-Romagna che costituisce la patria della piccola impresa che è stato il motore dello sviluppo economico italiano negli ultimi vent’anni e che ha rappresentato per molti decenni il cuore di quel partito – quello di Togliatti e poi di Berlinguer – che ha avuto un ruolo centrale  nella seconda parte della storia repubblicana. Dall’altra parte, la Calabria, il Sud, quello che un ottimo sociologo come Carlo Trigilia aveva bollato con la definizione dello “sviluppo senza autonomia”. Ambedue le regioni sono andate al voto in anticipo per abusi e irregolarità compiuti dagli amministratori anche se le differenze tra l’una e l’altra restano notevoli.

La Calabria rappresenta bene il Mezzogiorno esposto ai gruppi locali di pressione  e, dal punto di vista elettorale, ha avuto dal 2000 ad oggi tre presidenti con tre diverse coalizioni. Nel Duemila Giuseppe Chiaravallotti di Forza Italia a capo di una coalizione di centro- destra. Nel 2005, Agazio Loiero, popolare, alla guida di una coalizione di centro-sinistra. Nel 2010 Giuseppe Scopelliti del  PDL, leader del centro-destra  in Calabria.  Oggi in Calabria il centro-sinistra si presenta unito con Mario Oliverio (vicino a Bersani) che potrebbe vincere. In Emilia-Romagna il PD dovrebbe farcela ma in quella regione c’è anche la Lega Nord e nello spazio padano (Piacenza, Parma, Modena e Ferrara) è presente in maniera non irrilevante. D’altra parte, nelle precedenti elezioni Grillo ha conseguito un risultato superiore al venti per cento e a Parma già nel 2012 ha vinto ed è diventato sindaco il grillino Pizzarotti.

Sicché in elezioni  che sono (o almeno sembrano lontane da quelle politiche generali ,questo si potrà capire meglio nei prossimi mesi) per così dire di medio termine, quello che avverrà nelle due regioni interessate, servirà a domande  che circolano già nelle università e che si affacciano ormai anche sui giornali e in qualche canale televisivo. Anche perché anche se nessuno o quasi ne parla e sembra un vocabolo proibito non c’è dubbio sul fatto che la grave crisi dei partiti politici tradizionali che ha portato nel PD alla rapida ascesa di Renzi e nella Lega a quella altrettanto imprevista di Salvini ha alcuni punti in comune, pur nelle differenze innegabili di mentalità  e di programmi tra i due partiti che li hanno espresso. In tutti e due i casi c’è stata una sorta di fuoruscita dai modelli precedenti e una resa sostanziale a una risposta che chi scrive(ma anche altri studiosi in Europa e negli Stati Uniti hanno definito di sindrome populista se per populismo si legge da una parte la risposta alla crisi economica e dall’altra la difficoltà dei regimi democratici e il tentativo quindi di coinvolgere le masse “dicendo loro quello che vogliono sentirsi dire”, insomma rinunciando a una funzione pedagogica della politica e accettando passivamente la volontà dell’uomo comune. Ma il guaio, per chi conosce la nostra storia, è che questa non è una novità per noi italiani perché il populismo è stato un carattere originale e ricorrente nel nostro passato recente prima, durante e dopo l’avventura della ventennale dittatura fascista.  Ed è questo naturalmente l’aspetto più inquietante e preoccupante della storia. Perché chi studia da tempo questi fenomeni sa che il populismo è, nello stesso tempo, uno dei più resistenti  e ricorrenti movimenti antidemocratici presenti nel mondo moderno e può favorire prima o poi l’avvento di dittature e governi personali. Dei quali, vorrei dire, nel nostro Paese  non sentiamo proprio il bisogno. O sbaglio?

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