Diffamazione, la proposta di modifica uscita dal Senato riesce a peggiorare la legge attuale

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Credo sia utile fissare alcuni concetti dopo il bailamme seguito alla recente votazione uscita da palazzo Madama in materia di libertà di stampa. La proposta di modifica uscita dal Senato, per quanto già brutta, riesce a peggiorare la legge attuale. In prima va battuta va detto che non si è usciti dall’ambiguità primigenia. Quella per cui l’ambito della libertà di stampa non è codificato nella norma ma è il frutto della giurisprudenza, in gran parte del cosiddetto decalago della Cassazione, che mostra ormai limiti enormi. Vuoi perché il decalogo è desueto e sorpassato; vuoi perché  lascia in capo al giudice un potere discrezionale enorme tale da rendere ogni sentenza in materia di diffamazione una sentenza politica e virtualmente consegnata all’arbitrio dell’organo giudicante.

Purtroppo ancora una volta hanno prevalso le azioni di lobbying da parte di magistrati, avvocati e portatori di interessi forti. Non è un caso che Rosanna Filippin, avvocato e senatrice di spicco del Pd veneto molto tranquillamente definisce virtuosa la novità recentemente introdotta per cui «La determinazione della pena pecuniaria è lasciata alla discrezione del giudice che dovrà calcolarla sulla base della diffusione della notizia e delle conseguenze che essa ha avuto». In realtà ciò che si spaccai per pregio è un difetto poiché si lascia nelle mani delle toghe un enorme potere discrezionale visto che il giudice avrà de facto carta bianca per agire di volta in volta non in termini di diritto ma in termini di opportunità.

Va dato invece onore al merito ad un collega della Filippin, il senatore Felice Casson, il quale recidendo il nodo gordiano che imbrigliava l’intera discussione ha cercato, invano, di introdurre la depenalizzazione della diffamazione riconducendola all’alveo dell’illecito amministrativo. Di più, l’ex magistrato veneziano aveva pensato ad una censura pesante per la querela temeraria a danno del cronista, ma della proposta originale è rimasto poco. E pensare che Casson, come la Filippin, viene dalla stessa regione e dallo stesso partito. Evidentemente la concezione del diritto a Bassano del Grappa, patria della senatrice, è differente da quella che c’è a Venezia.

E sempre da un senatore veneto (non è l’unico) è arrivata una proposta, puntualmente accettata dal Senato, segno evidente che quando si vuole imbavagliare la stampa indipendente certe barriere politiche magicamente svaniscono. Una proposta in forza della quale si estendono le pene pecuniarie previste per la carta stampata alle testate web. Per antonomasia sono proprio le piccole testate on-line che dal basso cercano di limitare lo strapotere mediatico dei grandi editori, notoriamente portatori di interessi che spesso confliggono con il dovere di cronaca del giornalista che fa fino in fondo il suo mestiere. Ora che questa novità giunga dai lidi del senatore vicentino del M5S Enrico Cappelletti fa un pochino sorridere, giacché il movimento di Beppe Grillo da anni si batte contro l’establishment editoriale a favore delle piccole realtà che proprio sul web proliferano. Tant’è che il M5S finisce per dare vigore ad una modifica di legge che sembra cucita addosso al caso Sallusti.

Ma comunque, ammettiamo per un istante che si voglia mantenere la sanzione penale per la diffamazione, ma perché la legge espressamente non specifica che mai è punibile chi riferisce le affermazioni di terzi, qualsiasi esse siano, delle quali si cita chiaramente la fonte? Ho posto tale quesito in più sedi, ma purtroppo nessuno, nel merito, sembra volere rispondere. In quest’ottica Rosaria Capacchione oggi senatrice democratica, e collega campana dalla bravura straordinaria, nel suo intervento in aula sbaglia purtroppo bersaglio quando afferma che «… ci sono giornalisti, in numero statisticamente irrilevante, diciamo alcune decine, che utilizzano scientificamente notizie di dubbia provenienza, di scarsa attendibilità ma di chiarissima funzione allo scopo preordinato di diffamare… con questa legge si intende colpire i mestatori». Alla collega direi una cosa semplice semplice: si può essere tranquillamente pessimi giornalisti.  E in questo caso varrà il giudizio del lettore o quello dell’ordine se ci sono rogne deontologiche. Non è invece tollerabile che sia la norma penale o di rimbalzo la Cassazione col su decalogo, a stabilire come io cronista debba o non debba fare il mio mestiere. Questo residuo da stato etico ce lo porteremo in groppa per quanto ancora?

In questo scenario desolante c’è però una novità positiva. Quella della non procedibilità nel caso in cui venga pubblicata la replica dell’interessato. Si tratta di un vecchio pallino, sacrosanto peraltro, del “mitico” Franco Abruzzo che finalmente trova accoglimento. Da questo punto di vista però noi giornalisti una mano sulla coscienza dobbiamo mettercela. L’obbligo di fornire spazio di replica è già sancito dalla legge. Ma è stato quasi sempre disatteso, anche per una certa spocchia che alle volte alberga in molti colleghi. Ora ci sarebbe da piangere, o da ridere, se nella nuova lettura che i deputati daranno a Montecitorio, oltre ad essere ignorate tutte le modifiche intelligenti che da poche ore si sono adagiate sui tavoli virtuali del Transatlantico, si butti via l’unica novità degna di nota. Sarebbe surreale, ma in Italia siamo capaci di questo ed altro.


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