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La morte di Siani e quel male oscuro che non si può (o non si vuole) estirpare

 

Chissà se qualcuno in quella che rimane  sempre la mia città, cioè Napoli ,ricorda ancora la breve vita e le vicende di Giancarlo Siani, un giornalista nato a proprio nella capitale campana il 19 settembre 1959 e ucciso nella sua auto il 23 settembre 1985 da due sicari della camorra a pochi metri da casa sua in piazza Leonardo-Villa Majo nel quartiere napoletano del Vomero. Ritornava dalla redazione  centrale de Il Mattino di via Chiatamone,  diretto allora da Pasquale Nonno in cui era approdato dopo alcuni anni di corrispondenze scritti da Torre Annunziata. Dopo dodici anni di un lungo processo seguito alla sua morte e la confessione di tre “pentiti”, la seconda sezione della Corte di Assise napoletana ha condannato all’ergastolo i mandanti dell’omicidio che erano stati  i fratelli Lorenzo e Angelo Nuvoletta e Luigi Baccante detto Maurizio) e i suoi esecutori materiali (Ciro Cappuccio e Armando Del Core).

In quella stessa condanna appare come mandante anche il boss camorrista Valentino Gionta, condannato in un primo tempo anche in Cassazione, quindi nel giudizio definitivo della Suprema Corte scagionato per non aver commesso il fatto. Per capire le ragioni dell’assassinio occorre andare agli anni Ottanta in Italia ma in particolare a Napoli in cui lo scontro che si era ingaggiato tra il clan Nuvoletta, che era  l’alleato più forte in quel momento dei corleonesi di Salvatore Riina, e il clan Bardellino, esponenti della Nuova Famiglia che voleva spodestare e “vendere” uk boss Valentino Gionta divenuto pericoloso, scomodo e prepotente, per porre finalmente termine alla guerra che impazzava tra le famiglie.   In un suo articolo sul giornale napoletano, Siani scrisse  che l’arresto di Gionta era stato possibile grazie a una “soffiata” che esponenti del clan Nuvoletta fecero ai carabinieri quando lo stesso Gionta aveva lasciato la villa di Lorenzo Nuvoletta a Marano, un comune a nord di Napoli.

L’articolo di  Siani suscitò  l’ira dei fratelli Nuvoletta additati agli occhi degli altri boss napoletani come “infami” per i loro rapporti con la polizia. A ferragosto i Nuvoletta decisero di far assassinare Siani ma lontano da Torre Annunziata per  disorientare gli inquirenti. E così avvenne proprio nel momento in cui il giovane era approdato nella redazione centrale de Il Mattino e stava preparando un libro sui rapporti tra camorra e politica negli appalti per il dopo-terremoto a Napoli.  A distanza di quasi trent’anni da quell’oscuro delitto, c’è da chiedersi perché è ancora così difficile per lo Stato italiano e per chi governa nel nostro Paese sconfiggere davvero le associazioni mafiose che ancora scorazzano nel nostro Paese come in Europa e sul pianeta.  C’è da chiedersi ancora una volta se si tratti di un male oscuro che il nostro Paese non ha ancora eliminato o se le complicità siano ancora così forti da non rendere ancora  possibile l’impresa.

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