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“Woodstock? Un movimento alternativo, pacifista, di rottura delle regole preesistenti”. Intervista a Carlo Massarini

 

Carlo Massarini è un noto conduttore televisivo e radiofonico. Alla musica ha dedicato la sua vita professionale. Poco più che ventenne, nei primi anni settanta conduce per Radio Rai, insieme ad altri conduttori, la trasmissione di musica rock e pop “Per voi giovani”. Da allora ad oggi numerose i programmi da lui condotti in radio e in tv. Dal 2013 conduce la trasmissione “Cool Tour Classic Rock”, in onda su Rai5 ogni mercoledì alle 24, in cui si parla di connessioni tra passato, presente e futuro di musica rock e dintorni. Massarini è pertanto l’interlocutore naturale per una conversazione su Woodstock di cui, tra l’altro si occuperà, a settembre, su Rai5, in una serata di oltre cinque ore per ricordare quell’irripetibile evento.

Lo scorso 15 giugno è stato inaugurato un hotel che riporta il nome di Bob Dylan a Woodstock. Ogni stanza ha il nome di un musicista che prese parte al festival ed è munita di un giradischi e di qualche disco.
Woodstock è un “brend” famoso che può offrire sicuramente ancora oggi delle opportunità economiche. Tra l’altro Dylan non partecipò al concerto sebbene abitasse non distante dal luogo dell’evento. Si era già impegnato per partecipare al secondo Festival dell’Isola di Wight anche se sembra che alla vigilia del concerto diede un parere sarcastico: “tutti questi hippy che arrivano da queste parti…”. Vai a sapere se è vero.

A quarantacinque anni di distanza cosa fa del concerto di Woodstock un evento così storico e irripetibile?
Woodstock è stato il punto più alto di un movimento giovanile americano molto ottimista e solare. Un movimento alternativo, pacifista, di rottura delle regole preesistenti. In quel momento si pensava che il mondo sarebbe cambiato per il meglio. E per sempre.

Quel concerto partì spontaneamente. E anche in modo disorganizzato.
E’ così, l’organizzazione non fu certo un tratto distintivo di Woodstock. Con numerose difficoltà anche per raggiungere il luogo del concerto. C’era solo una stradina che conduceva negli spazi dell’evento e la gente lasciava la macchina perfino a venti miglia di distanza per raggiungerlo. Ma tutto avvenne senza incidenti. Una tre giorni all’insegna della condivisione di una grande musica, e di uno spirito comune. E di questo spirito è stato lo zenit, il momento più alto ma anche, probabilmente, l’inizio della fine. Da lì in poi quello spirito cominciava a venire meno. Alla generazione condivisa si sostituiva quella che lo scrittore americano Tom Wolfe definitiva la “me generation”, la generazione dell’”io”.

Fu un evento inaspettato. Nessuno si aspettava quell’affluenza così gigantesca.
Si pensava che fosse uno dei tanti festival americani – una decina – di quell’estate. Avevano venduto centottantaquattromila biglietti e quindi si aspettavano non più di duecentomila persone. E invece ne arrivarono quattrocentomila. La stessa stampa americana, inizialmente, ne scrisse poco dando un giudizio fortemente negativo. Un’invasione di hippie, di capelloni drogati dediti alla vita rurale e pertanto contrari al progresso. Ma dopo i primi report, sull’affluenza e sulla condotta pacifica della manifestazione cominciarono ad essere più obiettivi.

In Italia arrivò l’eco dell’evento?
Per niente. Magari ci sarà stato un trafiletto sul Corriere della Sera ma l’evento è passato completamente sopra le nostre teste. L’anno dopo uscì il film documentario su Woodstock (premio Oscar nel 1971, ndr) e quindi se ne cominciò a parlare diffusamente anche in Italia.

Si cominciarono anche in Italia a organizzare più festival che riecheggiavano Woodstock.
Dal punto di vista del festival c’è stato un effetto amplificatore. Sulla scia di Woodstock anche in Italia si sono moltiplicate varie manifestazioni musicali. Roma, Napoli, Viareggio…

Il “contagio” fu anche politico?
Non direi. Gli americani, dal punto di vista politico hanno vissuto l’influenza forte del Vietnam con le proteste delle organizzazioni civili che, già a partire dai primi anni sessanta, si sono mobilitate contro la guerra. Noi non siamo figli del pacifismo americano, non è stato quello il nostro imprinting. La musica italiana di quel periodo ha avuto punte molto alte di impegno politico e civile con le canzoni di Guccini, De Gregori, Venditti, Venditti, Bennato, Finardi, Area, Banco del Mutuo Soccorso… ma non avevano niente a che fare con il pacifismo americano.

Autonomia operaia scendeva in piazza per contestare i biglietti esosi dei concerti
Volevano riappropriarsi della musica gratuita. E così cominciarono gli scontri: cariche tra manifestanti e polizia, lacrimogeni… Dal ’76 al ’79 concerti e tournée furono praticamente banditi. Ci fu un vero e proprio embargo nei confronti dell’Italia  da parte degli organizzatori stranieri dei concerti.

Ricordare Woodstock oggi è un’operazione nostalgica?
Il ricordo non deve essere nostalgico. Woodstock è un tassello culturale della nostra storia recente. Siamo nostalgici perché si guarda a un’epoca nella quale si era più giovani e sereni con più entusiasmo ed energia. Si guarda spesso al passato considerandolo migliore perché nel ricordo si perdono gli aspetti negativi e rimangono quelli buoni.

Forse la nostalgia dipende anche dalla qualità degli artisti del passato.
Questo è indubbio. Era meglio la musica di allora? Assolutamente sì. Con tutti i limiti di un periodo in cui si abusava di allucinogeni la musica di allora era molto più interessante di quella di oggi. Ci sono state 2-3 generazioni di artisti irripetibili. Se vuoi fare un elenco oggi dei migliori non arrivi a dieci. Quarant’anni  fa, se facevi una lista, da Dylan in giù, la lista dei migliori era almeno quattro volte più lunga…

Fonte: il Radiocorriere Tv

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