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I ritardi italiani nella lotta alla mafia

 

La relazione di aprile della Commissione Antimafia sulle”prospettive di riforme del sistema di gestione dei beni sequestrati e confiscati”offre una documentata base di lavoro legislativo al Governo e al Parlamento italiani e anche un buon programma antimafia per il semestre europeo che l’Italia si appresta a presiedere. La Commissione ha recepito le osservazioni e gran parte delle proposte delle associazioni antimafia e sociali, delle rappresentanze istituzionali, degli esperti e degli operatori di giustizia sulle criticità non risolte in merito alla gestione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati.

Dalla relazione emerge un dato molto preoccupante sul quale occorre che governo e Parlamento  riflettano e assumano decisioni in tempi brevi. Dai dati disponibili alla data del novembre 2013 (dati parziali perché il costoso sistema di informatizzazione centralizzata della banca dati presso l’Agenzia dei beni confiscati approvato il 7.10.2010 non è ancora operativo e non è dato sapere quando lo sarà) risulta che su 48846 beni sequestrati e confiscati, tra i 113753 esaminati, ne risultano destinati solo 4847, cioè il 10%. Enorme divario tra potenzialità e realtà! È facile immaginare quanta ricchezza e lavoro nel frattempo siano stati distrutti e quanta sfiducia sia cresciuta verso l’azione antimafia dello Stato a causa di procedure farraginose, resistenze burocratiche e debole volontà politica. Quante volte abbiamo sentito dire “la mafia ci dava lavoro, l’antimafia ce l’ha tolto”?  Anche per questo sarebbe opportuno che l’Italia, prima di iniziare a presiedere il semestre europeo, cancellasse i suoi colpevoli ritardi verso l’Ue in materia di antimafia. Infatti,l’Italia deve ancora recepire le decisioni quadro del 2003 su esecuzione nell’Ue dei provvedimenti dei blocco dei beni o di sequestro probatorio emessi da un’autorità di uno Stato membro e del 2006 sul principio del reciproco riconoscimento della confisca dei beni mafiosi. Basterebbe un piccolo sforzo unitario del Parlamento per recepirle e permettere all’Italia di presentarsi in Europa con tutte le carte in regola e poter aver maggior ascolto sulla definizione, per l’intera legislatura,  di un calendario di approvazione di direttive per estendere a livello europeo la legislazione antimafia italiana, rinominare la Commissione antimafia, costituire una procura antimafia europea, sollecitare gli Stati membri e coordinarne l’adozione di misure di contrasto efficaci contro le mafie locali e internazionali.

Per tutte queste scelte non sarà indifferente il risultato delle elezioni del 25 maggio che per la prima volta consentirà agli elettori, non più ai governi nazionali, di indicare il prossimo presidente della Commissione europea che sarà eletto dal Parlamento. È auspicabile che sia un presidente di commissione che punti al superamento delle politiche di austerità, che hanno favorito recessione, crescita dei poteri finanziari e delle mafie e che guardi, invece, al superamento della disparità interna tra area mediterranea e continentale quale asse di un’azione internazionale di pace e di sviluppo. Occorre ridurre la distanza siderale tra dibattito interno e la scadenza europea per dare senso e contenuto a una cittadinanza europea che stenta ad affermarsi pur nella percezione diffusa che molto dipende dall’Europa, ma non tutto.

Intanto, il Governo italiano presenti entro giugno come promesso le sue proposte contro la corruzione, il riciclaggio, l’autoriciclaggio, ripristini il reato penale di falso in bilancio, sancisca penalmente tutti i reati finanziari, i cd reati spia, faccia proprie le proposte, avanzate nella relazione della Commissione Antimafia, di modifica del Codice antimafia, condivise anche da noi.

Inoltre, considerato che ancora attualmente indagati e rinviati a giudizio possono sedere nelle assemblee elettive, il Parlamento vari una legge sulla sospensione della candidabilità almeno dei rinviati a giudizio per reati di corruzione, di mafia o contro la pubblica amministrazione. L’onorabilità delle istituzioni, ferite profondamente in questi ultimi decenni di corruzione e di debole spirito pubblico, va ripristinata rapidamente, pena una crisi irreversibile della democrazia.

Ogni anno, soprattutto tra la primavera e l’estate, si celebrano molti anniversari che ci ricordano guerre di mafia, stragi e segreti non ancora chiariti. La retorica degli anniversari non riesce comunque a cancellare la percezione dell’insufficienza della Politica, di destra come di sinistra, nella prevenzione del fenomeno mafioso. Anche per tale facile constatazione è bene che il centrosinistra, il quale si è impegnato a cambiare il paese anche in questo, consideri la prevenzione antimafia e anticorruzione non un fatto emergenziale, ma un dato strutturale della società e della politica italiana da affrontare radicalmente e quotidianamente. Inizi dal regolamentare il conflitto d’interesse e renda intollerabile ogni corruzione e ogni rapporto tra mafia e politica. Ne beneficeranno la democrazia e la crescita del paese.

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