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Turchia al 154′ posto, il paese con il più alto numero di giornalisti in carcere

 

“Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Sabato 3 maggio ricorre il XX anniversario della Giornata Mondiale per la Libertà di stampa, un’occasione per celebrare quanto tutelato dal XIX articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani. La libertà di stampa è una delle garanzie dello stato di diritto, un principio fondamentale di qualsiasi governo democratico; o per lo meno così dovrebbe essere.

Ogni anno, associazioni non governative quali Freedom House e Reporters Sans Frontières (RSF), abbracciano una politica di ricerca e sensibilizzazione per spostare l’attenzione su questi temi. Tali organizzazioni redigono un rapporto annuale per stilare una classifica che valuti il grado di libertà percepito in ciascuno stato.
In una graduatoria dominata dal modello scandinavo, la Turchia occupa la 154esima posizione su 179 disponibili (statistiche RFS). I dati della Freedom House, meno evocativi, condannano Istanbul e le altre città turche tra le 59 realtà “partly free”, scagionandole tuttavia dall’oblio dei 48 paesi “not free” (l’analisi è condotta su parametri quali “diritti politici” e “libertà civili”).
La censura turca affonda le proprie radici nei meandri del codice penale, le cui leggi limitano tutte le espressioni considerate offensive per l’identità nazionale e quelle che fomentano l’estremismo politico. La storia recente è macchiata da molteplici episodi di violenta repressione: Orhan Pamuk, romanziere candidato premio nobel, perseguitato per aver parlato del genocidio armeno (art. 301); Akin Birdal, presidente per l’Associazione dei Diritti Umani, imprigionato per aver suggerito la pace tra Curdi e Turchi (art. 312); la morsa della Turk Telecom, la società incaricata di vagliare la “bontà” delle informazioni che circolano in rete; l’autocensura indotta alle case editrici e agli show televisivi. L’ultimo anello di questa catena repressiva è offerto da un primato tutt’altro che invidiabile: la Turchia è il paese con il più alto numero di giornalisti in carcere. Denunce, calunnie e diffamazione sono i denominatori comuni di un governo che svilisce i propri cronisti alla stregua di terroristi e criminali.
Il primo maggio 138 persone sono state arrestate nei pressi di piazza Taksim per aver sfidato il divieto di organizzare manifestazioni. Per quanto ancora il popolo turco inghiottirà questo silenzio? Saranno sufficienti i cannoni ad acqua e i lacrimogeni per continuare a negare un diritto umano?

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