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Pietro Ingrao compie 99 anni. Dialogo tra un cardinale e un comunista

 

Quel 13 luglio del 1997 la piccola chiesa di Santa Maria Maggiore a Lenola, provincia di Latina, non aveva mai visto tanti giornalisti e tante telecamere, inviati da tutta Italia per assistere  in diretta alla conversione di Pietro Ingrao, “l’irriducibile comunista”, “l’eretico”, “il comunista per sbaglio” che sotto l’altare dialoga e si “confessa” con il cardinale Achille Silvestrini, prefetto per la congregazione delle chiese orientali. Già alcuni anni prima il settimanale Panorama si appassionò all’argomento con sei pagine dal titolo “Conversioni a sinistra”, “crisi mistica del leader della comunismo italiano…Ingrao ha scoperto il sentimento religioso…il grande comunista ha incontrato Dio”. L’interessato smontò la conversione con nove righe dattiloscritte: “Un’assoluta fandonia, senza alcun fondamento. Non sono credente e non sto vivendo alcuna crisi religiosa ma il mio ateismo, come tanti sanno, non mi impedisce di essere da lungo tempo attento ad esperienze altrui di religiosità”.

Un articolo del mensile il Graffio, scritto da Marrigo Rosato,  amico ed estimatore di Ingrao, organizzatore delle iniziative che in questi giorni si stanno svolgendo tra Lenola e Formia per festeggiare i 99 anni (la data esatta è il 30 marzo) ricostruisce bene il clima e il contenuto del dialogo tra il cardinale Silvestrini e il “comunista ex presidente della camera”. “Certo la presenza di Ingrao nella chiesa del suo paese natale, scrive, destava grande curiosità. Quando egli ha aperto il vangelo, davanti all’altare maggiore, e ha riconosciuto la bellezza delle  beatitudini di Matteo, ha davvero sorpreso e commosso tutti. –Una delle più belle pagine che mente umana abbia potuto scrivere: Beati gli umili, i miti e i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli”.

Oggi Pietro Ingrao, 99 anni, vive nella sua casa di Roma, il cardinale Silvestrini, 90 anni, è alla guida della Fondazione Villa Nazareth che accoglie bambini orfani e li assiste fino alla laurea. Conversione e montature giornalistiche a parte quell’incontro ripropone questioni attuali e profonde. “Quanto c’è di cristiano nella società che viviamo?” Chiede subito il comunista al cardinale, che risponde: “Il cristianesimo non può che essere in opposizione a questo modello di sviluppo e di società che esalta la violenza”.
Di quella “inedita comunione” nella chiesa di Lenola l’estate del 13 luglio del 1997 esiste la registrazione quasi integrale, questo è un estratto:

Card. Achille Silvestrini:
Io vorrei stessimo in un’atmosfera colloquiale, famigliare.  So cosa vuol dire trovarsi la sera con gli amici, a parlare di questo e quello. E questo è un po’ anche il senso della Chiesa, stare insieme, parlarsi. Sono contento di essere qui e in particolare sono contento di essere qui con l’on. Ingrao, che ho sempre guardato con una grandissima ammirazione per la sua serietà, per come vede le cose del mondo, dell’uomo, della patria, dei lavoratori, della società.

Ingrao:
Tanti del mio paese, qui a Lenola, e anche credo Sua Eminenza sanno che io non sono credente, ma vengo da una famiglia in cui era molto forte l’ispirazione religiosa. In questa  chiesa sono venuto per tanti anni, portato da mia madre, che era una donna molto religiosa . Però io parlo come  un uomo  che non ha fede. La storia della Chiesa è una grande storia, ma ci sono anche dei momenti gravi, terribili, pesanti, che non tocca a me commentare. E’ comunque l’espressione di una grande fede universale che coinvolge tante parti del pianeta, il punto di riferimento sacro di una civiltà che si è espansa nel mondo per due millenni. Io non sono il più indicato a parlarne, ma insomma mi viene una domanda: quanto c’è di cristiano nella società che abbiamo dinnanzi? Perché se io paragono le cose che ho letto nei libri sacri di Cristo e su Cristo e guardo tante cose intorno a noi,  allora credo proprio di no, che non ci sia poi molto.  Ecco, io ho con me un testo, i Vangeli, apro la pagina al Vangelo di Matteo e trovo una della pagine più belle che secondo me sono state scritte e  pensate da una mente umana. Se Voi, Eccellenza me lo permettete ve le leggo:

Beati i poveri in spirito perché di essi  è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.

Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

Trovo qui una tavola di valori che mi scuote, che mi emoziona molto, che mi affascina particolarmente da non credente. Allo stesso tempo mi si accende un pensiero: che corrispondenza c’è tra questo messaggio e il mondo che vediamo intorno a noi?  Qui si dice: beati i poveri in spirito, si dice beati i miti, si dice beati i misericordiosi.  Devo dire con grande sincerità, se mi guardo intorno nel Paese in cui vivo e nella società in cui vivo, o addirittura se in un momento qualsiasi della giornata premo il bottone del video, io mi imbatto subito in una realtà che confligge radicalmente.  Si parla di mitezza,  a me piace molto la parola mitezza, mi piacerebbe molto  essere mite e praticare la mitezza. Si parla dei poveri in spirito e quello che invece vedo scorrere sul  video e che vedo in  tante cose della nostra vita non è la mitezza, non è la misericordia, ma è il culto della violenza, l’esaltazione della forza , gli osanna della vittoria e dei vincitori. Mi domando: come mai nonostante  queste pagine, ci troviamo di fronte ad una società nella quale sparare e puntare la pistola, sono  il simbolo di ciò che vediamo entrare ogni giorno nelle nostre case? Questa è una grande questione che credo dovrebbe turbare molto i cristiani, e certo turba molto me.

Silvestrini
Non è un’analisi facile. E’ un secolo di grandi scoperte scientifiche e vediamo come è migliorata la condizione dell’uomo: la casa, la salute, la cultura. I voli spaziali, l’era atomica, i progressi, la nuova era elettronica. Il punto critico, via via che si sale a questi livelli, è che ogni invenzione offre all’uomo simultaneamente vantaggi reali e nello stesso tempo strumenti di sopraffazione. I casi sono infiniti: pensiamo ad esempio al mercato degli organi, con il commercio perfino dei bambini, proprio generato dai progressi della medicina che permette i trapianti.
Pensiamo anche a tutta l’ambivalenza delle scoperte della bioetica. Allora è chiaro che in questa fine di secolo viene una domanda: la coscienza morale dell’uomo di fronte a questi progressi  si è rivelata pari alle nuove sfide? Purtroppo sembra di no, perché c’è un divario. E’ come se  la coscienza morale avesse bisogno di essere nutrita,  di essere incoraggiata e coltivata. La Chiesa è la prima che deve assolvere a questo impegno,  porre dei rimedi, formare una cultura che cresca nel rispetto dell’uomo, della sua dignità,  della non violenza.

Ingrao
Vorrei capire anche io qual è la contraddizione di questo terribile Novecento che sta per finire. Io sono nato all’alba di questo secolo. La prima guerra mondiale fu orribile però poi vennero il fascismo e il nazismo  e c’era  la sensazione  di essere prossimi alla catastrofe.  Ero a Lenola, nella casa là sul colle, e mi sono chiesto: Ma se vincete, io che faccio?  Quello che salvo della mia vita è che dentro di me io detti allora una risposta che mi ha poi sempre guidato: io non ci sto.   Era ed è stata una lotta durissima. Mi trovai a combattere contro un potere che affermava il predominio di una razza  pura su tutte le altre,   l’olocausto fu simbolo e tragedia di un’epoca. Questo secolo si è trovato ad affrontare questa prova terribile.  Insieme a questa c’è stata una seconda prova suprema: le classi lavoratrici hanno combattuto e hanno conquistato grandi diritti e libertà.  Alcuni contadini, qui, Eminenza, non vivevano nelle case, ma vivevano nei pagliai.  Io sono stato conquistato dai diritti e dai doveri dei lavoratori.
Resta però una grande domanda irrisolta. Perché in pochi decidono delle cose del mondo, perché non c’è rispetto degli altri? Tutta la scena del mondo oggi è cambiata: siamo nelle mani di gruppi finanziari che spostano la ricchezza da un punto all’altro del mondo e in un secondo  decidono della sorte di tanti. C’è  tanto bisogno di pane, ma  la lotta non è solo per il pane.  C’è bisogno di lavoro ma anche di pace, di mitezza, di comprensione, di rispetto dell’altro. Io ho paura che ancora noi non rispettiamo abbastanza l’altro, quell’Altro che incontriamo ogni giorno passando per la via.

Silvestrini
Quello che ha detto prima l’on. Ingrao è per un cristiano molto importante: di fronte a un’ingiustizia io non ci sto. Il cristiano è questo.  Se nella storia ci siamo troppo abituati, troppo ambientati in certe situazioni, abbiamo proprio mancato.  Un cristiano deve essere disponibile, pronto al servizio ma mai servile a un sistema, a un dominio, non vende mai la sua coscienza.  I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per il Paese, né per la lingua, né per il modo di vestire. Risiedono nella propria patria ma come stranieri in ogni città, partecipano alla vita pubblica come cittadini ma anche come stranieri. Perché ogni terra straniera è la loro patria e ogni patria è terra straniera. Beati i poveri, beati i vinti, i misericordiosi, beati quelli che sanno accettare anche persecuzioni, credo che anche questo sia un punto fondamentale  e mi piace anche molto quello che ha detto l’onorevole Ingrao riguardo alla nostra gente, per quello che ha patito la nostra gente. Io non sono del 1915 ma non sono molto più giovane.  Anch’io ho conosciuto in Romagna come si viveva negli anni passati. Abbiamo visto anche come la gente ha patito durante la guerra. Mi piace pensare alla rinascita, perché offriva  una minima possibilità  di elevarsi ad una condizione umana dignitosa. Io ammiro la  coscienza dei lavoratori,  a prescindere dalle ideologie. Nell’oppressione e nella difficoltà di un sistema disumano di capitalismo selvaggio hanno preso consapevolezza della loro dignità, dei loro diritti. Ecco allora che l’unica cosa per cui a volte si rimane perplessi è che questa memoria storica sta scomparendo  e ci si adagia facilmente nel benessere e non è mai abbastanza quello che si ha, dimenticandosi che molte volte quello che si ha è lucro, è sottrazione ad altri.

Ingrao
Sono tante le cose che non mi piacciono in questo momento in Italia.  Non sono nemmeno convinto delle riforme a cui stanno lavorando nella bicamerale, vedo tanti difetti, soprattutto vedo una minaccia a quelle pagine della nostra costituzione, che sono secondo me sono una pietra miliare, a cui hanno lavorato uomini di tutte le tendenze: comunisti, socialisti, democratico-cristiani.  Io ho avuto la fortuna di conoscere don Giuseppe Dossetti, la sua mitezza, il suo rigore, la sua capacità di vivere la fede come dono verso gli altri e come ascolto verso gli altri. Se mi è capitato nella vita di incontrare una persona che si apriva alle cose che diceva, questo è stato per me don Giuseppe Dossetti.  E’ uno degli autori che hanno scritto la Costituzione. Adesso vedo dei cambiamenti che non mi persuadono e che toccano soprattutto  un punto che a me sembra capitale:  il lavoro. Io trovo che questo sia un enorme, grave, ineludibile compito: costruire lavoro. Però questo non può essere soltanto la conseguenza di un po’ di soldi dati in più – quelli ci vogliono, servono – ma io credo che oggi chi lavora  sa che oggi il lavoro non solo manca ma sta diventando una merce precaria. E’ finito il tempo del lavoro di tutta una vita, quello che noi abbiamo auspicato, oggi il lavoro è una  merce precaria. La chiamano, Eminenza, ‘flessibilità’.  Significa dire ad una persona che si deve piegare e da qui, stanno nascendo differenziazioni paurose e ingiustizie enormi. Ora io sento che se non affrontiamo questo problema, tanti altri problemi probabilmente non saranno risolti. Noi abbiamo paura della mafia, abbiamo paura della camorra. Noi gridiamo contro la mafia e contro la camorra, ma la mafia e la camorra pascolano tra la disperazione di migliaia di giovani. Io voglio dire una parola ai giovani: attenti, perché questa battaglia per il lavoro, che è battaglia per il pane ma anche per la dignità, io dico anche per la libertà, oggi nelle condizioni attuali dell’economia globale, può essere vinta soltanto se lo studio diventa una formazione permanente. Io però non solo credo che la scuola non possa fermarsi ai sedici anni ma debba andare ancora più avanti, ai diciotto, ai venti e  credo anche che ci sia un problema di aggiornamento continuo, tali sono le mutazioni sconvolgenti della tecnica, dei saperi,  dell’organizzazione della produzione  e della comunicazione. A me piace scrivere poesie, anche se non sono belle. Ho scritto un libro che s’intitola ‘L’alta febbre del fare’. Questa febbre del fare che ci prende, che ci assilla, che si sviluppa soprattutto nel lavoro. Però penso anche – e  qui Voi Eminenza ne potete sapere molto più di me – che la vita non sia soltanto lavorare. La vita è anche ascoltare, dialogare, c’è un verbo che bisogna recuperare, così importante, ‘contemplare’. Quando io ho conosciuto e amato Don Giuseppe Dossetti, l’ho amato non solo per le sue virtù di uomo e per la sua alta intelligenza, ma mi affascinava  la sua visione del mondo e il suo saperlo contemplare.  Sono andato una volta in mezzo – lei li conoscerà Eminenza – ai monaci dell’eremo di Monte Giove e io ricordo quei momenti di discussione, di meditazione, di raccoglimento, di contemplazione, come una delle cose più belle, e mi permetto di dire, un po’ più degne della mia vita.  Ricordo anche che allora un redattore di Panorama subito venne a Lenola per sapere se io mi ero convertito.

Silvestrini
Questa è la chiesa! Cos’è il vaticano? È soltanto la residenza dove c’è il nostro Padre.  La chiesa siamo noi,  siete voi,   è il vescovo, è il papa. Questa è la chiesa. I problemi vanno affrontati a questo livello. Io anche, sì, opero nella curia romana, ma mi sento sacerdote e vescovo della chiesa italiana.  Che giudizio do  dell’Italia? E’ indubbiamente anche per me un momento di crisi, sotto un apparente benessere  si moltiplicano illegalità, violazioni, ingiustizie e tutto il resto.  Ci sono i problemi della giustizia, ci sono i problemi dell’equità, i problemi dello stato sociale. Però a questo punto come si può rispondere? Io direi che  la Chiesa deve offrire la sua opera – chiamiamola così – di aiuto alle coscienze. Noi non pretendiamo degli uomini fatti su un modello prefabbricato, no assolutamente, però aiutare la crescita della coscienza civica in ogni settore sarebbe un grosso servizio.  Quale potrebbe essere questa coscienza civica? Educare la gente come dovere cristiano al senso della verità, della legalità, non degli interessi.  Anche del sacrificio, perché ogni cosa ha un prezzo nella vita, e tanto più in una società organizzata e industrializzata, complicata nei suoi meccanismi economici. Si avanza soltanto se tutti si rendono conto che ogni cosa che abbiamo, ogni servizio che riceviamo ha un prezzo a cui dobbiamo collaborare. Allora io direi che dobbiamo soprattutto sviluppare una coscienza del rapporto interpersonale, che l’uomo da solo non esiste, che è un’astrazione l’uomo da solo. Anche quello che si dice ‘fatto da sé’ in realtà non è mai fatto da sé: c’è sempre qualcuno che l’ha aiutato, non fosse altro il sacrificio dei suoi genitori.  In questa coscienza civica io ci metterei tutto. Non solo migliorare il rapporto dei doveri fiscali. Tutti dicono tasse, tasse e  sempre tasse, però nessuno si chiede se per migliorare il sistema non è  necessario che tutti contribuiscano. Qual è il prete che ne parla, quel cristiano che si esamina su questo? Tutti parlano dell’ambiente, giustamente.  Il cristiano ha dalla Bibbia la nozione che c’è una creazione, che i beni della terra non sono esclusivi di nessuno, che i beni della natura, della terra sono dati a ciascuno di noi per goderne, ma non per distruggerli, che c’è una responsabilità nel passaggio alle future generazioni, sono beni di tutti.  Ecco che invece di dare tanti consigli ai giovani, noi anziani, noi responsabili del presente, avessimo di più il senso della responsabilità di consegnare alle future generazioni una società meno dissestata, in questo modo faremmo meglio che a dare consigli.  Da ultimo direi che la Chiesa dovrebbe impegnarsi molto per una creativa formazione alla pace in tutti i sensi. Dobbiamo anche imporci una posizione morale su tutto quello che riguarda la produzione e il commercio delle armi, un problema che non è affrontato né a livello nazionale né internazionale nel modo dovuto. Tutti parlano di modificare l’esercito, benissimo. Ma le funzioni dell’esercito sono quelle di protezione pubblica, ma nessuno però si chiede perché c’è un profitto così elevato nel settore dell’industria bellica. L’arma quando è fatta sarà usata e quando è venduta servirà a qualcuno che non certamente la userà per la pace.  Ora  si deve far passare  concretamente il senso evangelico della dignità rispetto a dei criteri. E’ bello che ci sia il volontariato, però si dovrebbe anche sviluppare una sistematica catechesi del cristiano a questi problemi. Questo è il mio auspicio.

Pietro Ingrao
Io nella mia vita ho discusso ma anche lottato insieme a uomini di fede cristiana. Ho ascoltato con molto favore Sua Eminenza quando dice che noi siamo una rete di persone, quando ha espresso così bene il concetto della relazione sociale. Mentre Lei parlava mi affascinava questo messaggio sociale proveniente dal mondo cattolico e anch’io credo che una delle grandi conquiste umane sia quella di riconoscere in una persona l’altro e di sentire anche questo continuo rapporto con l’altro, di questo ‘essere’ insieme. Lo dico perché non succedono cose molto cristiane in questo momento, c’è  una tendenza della società a rinchiudersi in se stessa, a dire io penso a me, io cerco di salvarmi perché io sono più forte.  Si è incrinata  dolorosamente una grande corrente di solidarietà umana che pure ha  avuto nel passato una sua grande forza.  Ci sono anche alcuni uomini di fede cristiana che hanno usato la fede come strumento personale  di potere. Credo che anche la storia italiana negli ultimi trent’anni ce lo racconti.  Io però mi aspetterei di più una ribellione contro questi cristiani che vorrei chiamare “cristiani sbagliati”, non cristiani.  Sento che la forza anche sociale delle correnti cristiane non potrà esprimersi senza che ci sia un rifiuto forte dell’uso del potere ai fini della conservazione del potere.   Io questo sento:  quando  lo spirito religioso e anche la sacralità del rapporto con la dignità, la dignità di ogni credo, viene operato da persone che hanno in cuore l’inganno  questo davvero è il peggiore inganno che ci sia.

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