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Le donne che vengono dal mare

 

“Non chiedo troppo, prego Dio che mi faccia ritrovare mio marito e che lo protegga per me. Mio figlio potrebbe nascere in qualsiasi momento, e la sola cosa di cui ho bisogno dagli italiani, dal governo italiano, è il loro aiuto”. É la preghiera di Rose che ha 22 anni e viene dalla Nigeria. La sua storia la racconta lei stessa in un filmato che verrà proiettato nel corso del dibattito che il Comitato tre ottobre ha organizzato a cinque mesi di distanza dal naufragio di Lampedusa.

È una storia di separazione e di sofferenza quella di Rose, una storia analoga a quella delle migliaia di donne che arrivano dal mare nel nostro paese. Storie ai migrazione al femminile che hanno sempre un carico maggiore di dolore e che hanno sempre la necessità di una risposta e di una accoglienza più attenta. La storia di Rose è una storia d’amore che si trasforma in tragedia. Si innamora di un uomo di un altro Stato e l’ostilità delle loro famiglie verso la loro unione li costringe a scappare. Vanno in Libia, vengono arrestati e separati. Dopo quattro mesi di una detenzione fatta di violenze e sopraffazione lei riesce ad imbarcarsi, ma perde le tracce del marito e ora è sola in Italia e incinta di cinque mesi. “Sono certa che Dio mi proteggerà, mi ha protetto attraverso il mare e niente altro può capitarmi ancora. Ma ho bisogno di aiuto per me e per mio figlio che nascerà in Italia, perché non posso più tornare a casa.”

L’aiuto che Rose ci chiede, è lo stesso aiuto che chiedono le migliaia di donne che arrivano dal mare. È una storia simbolica la sua, che ci offre l’occasione di avviare un dibattito importante e necessario, l’occasione di conoscere e di cercare di capire le persone che arrivano dal mare. Sono loro a portare il peso più pesante di un viaggio fatto di violenza e sopraffazione di fronte al quale non si può non offrire una risposta concreta che abbia il valore autentico della parola “accoglienza”.
Il 3 ottobre ce n’erano decine di donne sul barcone naufragato a poche centinaia di metri dall’isola. Una di loro era in stato avanzato di gravidanza. L’hanno trovata in fondo al mare abbracciata al suo bambino partorito durante il naufragio e ancora attaccato al cordone ombelicale. È l’immagine estrema di quello che non deve più accadere, che dobbiamo fare di tutto perché non accada. Nella piccola società dell’accoglienza che hanno costruito gli abitanti di Lampedusa, le donne che vengono dal mare hanno un ruolo fondamentale: sono le sole che partoriscono, su un’isola senza strutture sanitarie adeguate, le donne italiane sono costrette a “migrare” per procreare. “Quando le donne migranti partoriscono a Lampedusa, si scatena l’istinto materno dell’isola, diventa una festa”, dice il sindaco Giusi Nicolini. È questa l’alternativa possibile, una società che sappia accogliere, che sappia apprezzare l’arricchimento che porta la diversità, che sappia integrare.

“Oltre la frontiera .- quale accoglienza per le donne migranti”, dibattito pubblico organizzato dal Comitato 3 ottobre, con il patrocinio di Roma Capitale, lunedì 3 marzo, alle ore 17 presso la Sala della Protomoteca in Campidoglio. Sono previsti gli interventi del sindaco di Roma Ignazio Marino, della presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini, del sindaco di Lampedusa e Linosa Giusi Nicolini, dell’onorevole Cécile Kyenge, della scrittrice Igiaba Scego e la partecipazione del coro dell’associazione Grandi laboratori riunitii

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