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Il Papa e il lavoro: un tema centrale di questo primo anno di pontificato. Ma molti fanno finta di niente

 

«Lavoro! Lavoro! Lavoro!», ha scandito Papa Francesco il 22 settembre 2013 in largo Carlo Felice a Cagliari. Incontrava il «mondo del lavoro», ma in quella piazza c’erano in realtà molti di coloro che sono finiti ai margini di quel mondo: disoccupati, cassintegrati, precari. E il pontefice ha fatto uno dei discorsi più forti e incisivi sul tema del diritto al lavoro e sul dovere di difendere la dignità di lavoratori. Nel corso di questo primo anno di pontificato l’attenzione dell’opinione pubblica e dei mass media si è concentrata molto sull’impegno del Papa per la riforma della Curia, sulla riflessione in corso sulla famiglia e i divorziati risposati, sugli appelli alla pace e alla lotta contro la povertà. Ma, come ricorda il pontefice nell’esortazione apostolica «Evangelii Gaudium», la carità non può mai essere disgiunta dalla giustizia. Perciò uno dei temi forti, direi uno dei temi  guida del magistero di Francesco in questo primo anno è stato anche quello del lavoro, pure se è sembrato rimanere apparentemente in secondo piano, persino in diverse letture che sono state fatte della sua esortazione apostolica.

In quel discorso pronunciato davanti ai lavoratori di Cagliari, Bergoglio ha raccontato la sua esperienza personale e le sue parole sono diventate quasi un appello alla mobilitazione: «Con questo incontro desidero soprattutto esprimervi la mia vicinanza, specialmente alle situazioni di sofferenza: a tanti giovani disoccupati, alle persone in cassa-integrazione o precarie, agli imprenditori e commercianti che fanno fatica ad andare avanti. E’ una realtà che conosco bene per l’esperienza avuta in Argentina. Io non l’ho conosciuta, ma la mia famiglia sì: mio papà, giovane, è andato in Argentina pieno di illusioni a “farsi l’America”. E ha sofferto la terribile crisi degli anni trenta. Hanno perso tutto! Non c’era lavoro! E io ho sentito, nella mia infanzia, parlare di questo tempo, a casa… Io non l’ho visto, non ero ancora nato, ma ho sentito dentro casa questa sofferenza, parlare di questa sofferenza. Conosco bene questo! Ma devo dirvi: “Coraggio!”. Ma anche sono cosciente che devo fare tutto da parte mia, perché questa parola “coraggio” non sia una bella parola di passaggio! Non sia soltanto un sorriso di impiegato cordiale, un impiegato della Chiesa che viene e vi dice: “Coraggio!”. No! Questo non lo voglio! Io vorrei che questo coraggio venga da dentro e mi spinga a fare di tutto come Pastore, come uomo. Dobbiamo affrontare con solidarietà, fra voi – anche fra noi -, tutti con solidarietà e intelligenza questa sfida storica».

Al centro del magistero del Papa c’è la dignità del lavoratore, come ha spiegato il 1° maggio 2013, nell’omelia pronunciata nella Messa del mattino a Santa Marta: «Oggi benediciamo san Giuseppe come lavoratore: ma questo ricordo di san Giuseppe lavoratore ci rimanda a Dio lavoratore, a Gesù lavoratore. E questo del lavoro è un tema molto, molto, molto evangelico. “Signore — dice Adamo — col lavoro guadagnerò da vivere”. Ma è di più. Perché questa prima icona di Dio lavoratore ci dice che il lavoro è qualcosa di più che guadagnarsi il pane: il lavoro ci dà la dignità! Chi lavora è degno, ha una dignità speciale, una dignità di persona: l’uomo e la donna che lavorano sono degni». Quello del pontefice è un forte richiamo alla responsabilità di tutti. Perciò ha suggerito l’atteggiamento da tenere nei confronti di quanti non hanno lavoro: non dire «chi non lavora, non mangia», ma «chi non lavora, ha perso la dignità!»; e quando ci si trova davanti a chi «non lavora perché non trova la possibilità di lavorare», dire: «la società ha spogliato questa persona di dignità!».

A testimonianza di come il tema del lavoro abbia attraversato tutto questo primo anno del pontificato, Papa Francesco è tornato ad affrontarlo nell’omelia della Messa a Santa Marta dello scorso 27 febbraio, citando la lettera di san Giacomo: «Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchie del Signore onnipotente». «È forte il Signore!» ha commentato il Papa. Tanto che «se uno sente» queste parole «può pensare: lo ha detto un comunista! No, no — ha precisato il Pontefice — lo ha detto l’apostolo Giacomo: è parola del Signore!». Il problema, dunque, è «l’incoerenza» e «i cristiani che non sono coerenti danno scandalo».

Qualcuno vorrebbe liquidare questi interventi come gli appelli sopra le righe di un «Papa comunista». Non è così: il pontefice chiede giustizia e inserisce in modo coerente la difesa della dignità dei lavoratori nella sua analisi sull’attuale sistema economico, ben tratteggiata nell’esortazione apostolica «Evangelii Gaudium»: «Oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma  di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”» (n.53).

Così i richiami di Francesco alla giustizia e alla dignità si fanno programma e manifesto di impegno per tutti, credenti e non, al di là delle ideologie e delle convinzioni politiche.

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