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Storie di pescatori e di naufraghi, salvati dal mare e imprigionati a Lampedusa

 

Sembravano gabbiani. Le urla di quegli uomini e di quelle donne sembrava il vociare di uno stormo di gabbiani. Le ricordano bene gli uomini che la mattina del 3 ottobre erano in mare, a poche bracciate dalla costa di Lampedusa. Lo hanno sentito quel vociare e lo hanno seguito. È ancora nella loro testa come quello che hanno visto.
Raffaele Colapinto era appena uscito con il suo motopesca, l’Angela C. ha sentito le comunicazioni radio e si è avvicinato. “erano le sette, sette e dieci” racconta, “c’era una ragazza che andava su e giù, andava su e giù, come una cosa che sta per affondare e cerca  di resistere. Siamo andati a prenderla facendo slalom tra altri naufraghi che stavano meglio. Mio fratello è sceso all’ultimo gradino della scaletta e l’ha afferrata. L’abbiamo salvata all’ultimo.” Quelle immagini e quei suoni non li dimentica facilmente Raffaele. Suo fratello Domenico da quel giorno non riesce più ad andare in mare: “ha crisi di panico da quel giorno, è in cura da uno psicologo. Forse a gennaio provo a portarmelo a pesca, vediamo.”

Il 3 ottobre è rimasto nella memoria di tutti da queste parti. L’Espresso oggi celebra Uomo dell’anno uno di loro,  Costantino Baratta, ma qui nessuno si sente eroe. “Ma quando mai, dice Raffaele, siamo pescatori, gente di mare e in mare non si lascia morire nessuno, mai. È sulla terra che poi succedono le cose peggiori.” Sulla terra dice Raffaele, e si riferisce alla doccia antiscabbia. Le immagini di quella umiliazione che hanno chiamato “trattamento sanitario”. Non sono lampedusani dice Raffaele, “noi lo sappiamo cosa è il rispetto della dignità. Vorrei metterci uno di loro sotto quella pompa, per fargli capire se è sbagliato oppure no.”

Giuseppe Riso dice lo stesso. Il 3 ottobre era in mare sul suo motopesca, il San Francesco. “quelle immagini, dice, rischiano di mettere in discussione tutto quello che abbiamo fatto. La gente che abbiamo salvato. Non sono lampedusani quelli lì, non c’è dubbio”. Ce ne erano altri di motopesca in mare quella mattina. Il Gamar che è stato il primo a dare soccorso, a chiamare le motovedette Search and Rescue della capitaneria di porto, le motovedette della Guardia di finanza e piano piano altri, gommoni privati, piccole barche. La mattinata del 3 ottobre era pieno il mare di fronte Lampedusa di barche che cercavano sopravvissuti.

“Se ne è parlato così tanto, dice Raffaele, poi hanno smesso e nel centro di accoglienza facevano quelle cose. Come è possibile che nessuno se ne è accorto?” Gli chiediamo se sa che sull’isola ci sono ancora 17 superstiti del naufragio. Lui dice che “non è possibile, dopo tutto questo tempo ancora li tengono lì?” il suo stupore si confonde con le interferenze sulla linea telefonica. È in mare Raffaele, a pesca. Tra i diciassette superstiti prigionieri nel centro di accoglienza, in attesa del magistrato che deve interrogarli per confermare la denuncia che loro stessi, volontariamente, hanno fatto contro lo scafista, c’è una ragazza. Si chiama Fanus è l’unica donna. Chissà se è proprio lei quella che Raffaele e suo fratello Domenico hanno tirato fuori dal mare il 3 ottobre, un sacco di tempo fa.

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