A 44 anni da Piazza Fontana

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E’ passato quasi mezzo secolo dalla strage di piazza Fontana, 44 anni per l’esattezza) in cui attentatori neofascisti (lo ha riconosciuto ancora un giudice di recente) hanno ucciso diciassette persone ferendone altre 88 mentre una bomba inesplosa viene rinviata presso la Banca Commerciale a Milano e altri ordigni vengono piazzati a Roma.

E’ un attacco massiccio che un terrorismo vicino all’eredità politica e culturale della Repubblica Sociale Italiana – secondo quando disse Aldo Moro durante i suoi colloqui con le Brigate Rosse – legato ai Servizi Segreti italiani (denominati allora Sid) compie, con un progetto lungamente coltivato, in una situazione politica difficile in cui la formula di centro-sinistra è ormai in crisi evidente, lo scontro internazionale tra le due maggiori potenze mondiali, Stati Uniti e Unione Sovietica, è molto duro, e il bisogno di riforme sociali ed economiche si fa sentire producendo prese di posizione e accordi generali importanti come l’anno dopo lo Statuto dei lavoratori ma non tali da risolvere i problemi urgenti sentiti dalle masse popolari e quelli necessari di adeguamento delle leggi alla costituzione democratica e repubblicana in vigore dal 1 gennaio 1948.

La definizione che, negli anni immediatamente successivi, due studiosi come Paolo Cucchiarelli e Aldo Giannuli in una Antologia di documenti critici della Commissione  sulle stragi creata a livello parlamentare è, per molti aspetti, convincente. Gli studiosi parlano di Stato duale: “quando una parte delle élite istituzionali, a fini di conservazione, si costituisce in potere occulto, dotato di un proprio potere di legittimazione estraneo e contrapposto a quello della Costituzione formale per condizionare stabilmente il sistema politico attraverso metodi illegali, senza giungere al sovvertimento dell’ordina-mento formale che conserva una parte della propria efficacia.”

E se dovessimo indicare una data simbolica da quando ha inizio quella che chi scrive (ma anche altri studiosi come, ad esempio, Nando Dalla Chiesa autore di un libro importante come La convergenza uscito negli ultimi anni  presso le edizioni Melampo) la scelta cade di necessità sull’8 settembre 1943 quando il governo Badoglio stipula l’armistizio ed entra, sia pure in una posizione subalterna e non paritaria nella guerra contro la Germania e i suoi alleati. “E   molto verosimile – afferma il presidente della Commissione Stragi, Giovanni Pellegrino nel 1995 – che l’iniziale inglobamento della mafia siculo-americana all’interno del piano strategico di sbarco alleato nel luglio ’43 sia stato poi prolungato nel tempo al fine di conservare un controllo della Sicilia come “ridotto difensivo finale del Mediterraneo in caso di offensiva terrestre sovietica”. Indizi significativi di questo accordo emergeranno successivamente anche qualche anno fa durante il processo Andreotti, anche se un libro recente  preceduto da una prefazione di Salvatore Lupo, si esprime in maniera contraria a possibili accordi tra mafia e Stato nel 1943. Senonchè bisogna aggiungere che i due processi in corso, il Borsellino quater e quello sulla trattativa a Caltanissetta, rimettono a loro volta in discussione una materias che resta ancora scottante per le implicazioni possibili sul quadro politico attuale.

Al di là, tuttavia delle possibili ricadute sull’oggi di cui probabilmente dovremo riparlare nelle prossime settimane, resta il fatto indubbio che la crisi italiana di cui scriviamo di continuo ha le sue origini nella nascita della repubblica e negli accordi internazionali visibili e occulti che vennero fatti in quel frangente. Tutto il resto è opinabile ma non la nascita della repubblica e i necessari accordi tra le potenze internazionali che agirono in quel momento.

Quel che colpisce tutti – ma forse con maggior forza le nuove generazioni – è che a quasi cinquant’anni da quella strage e da molte delle successive (ricordiamo che dal 1969 al 1975 vengono compiuti in Italia 4384 atti di violenza contro persone e cose legate sempre alla matrice neofascista. L’85 per cento dei fatti si svolge in 16 provincie su 94, soprattutto a Milano, Torino e Roma. Di tutti i fatti accaduti l’83 per cento è dichiaratamente opera dell’estremismo neofascista più o meno strumentalizzato che nello stesso periodo compie 63 omicidi politici su un totale di 92 avvenuti nel Paese.)

Infine, sempre in quei sei anni vengono commesse quasi tutti le stragi (se si escludono tra le più importanti, quella alla stazione di Bologna nell’agosto 1980 e l’altra del DC9 caduto al largo di Ustica subito dopo) che sono responsabili del 42 per cento delle vittime dei terrorismi. Insomma, con il 12 dicembre 1969, ha inizio una storia terribile per il nostro paese che ha due caratteristiche che è meglio non dimenticare: la prima è che muoiono in più di quindici anni – dalla fine degli anni Sessanta alla metà degli anni Ottanta – 351 persone innocenti. La seconda è che, dopo mezzo secolo, sappiamo ancora troppo poco sugli esecutori e soprattutto i mandanti di quel grande massacro.


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