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Il Papa va al Quirinale e non fa il capo di Stato

 

Protocollo ridotto al minimo, scorta non invasiva e senza corazzieri, cancellato il saluto militare al confine fra Italia e Vaticano a piazza Pio XII davanti a San Pietro: la prima volta di papa Francesco al Quirinale non fa eccezione allo stile-Bergoglio. L’auto con cui il pontefice entra nel cortile d’Onore del palazzo presidenziale, un tempo antica residenza dei papi, è un utilitaria. Poi, una volta dentro, alcuni reparti delle tre armi dell’esercito italiano, nonché un reggimento di corazzieri a cavallo, hanno reso gli onori militari al papa. Francesco aveva chiesto che la città non fosse ‘paralizzata’ dal suo passaggio e così è stato.

L’ultima volta Benedetto XVI aveva attraversato la strada che separa il Vaticano dal Quirinale su un’auto decapottabile per salutare la gente lungo il percorso, la vettura aveva sostato a piazza Venezia per ricevere il saluto del sindaco. I paragoni non sembrino ingenerosi: dietro la dismissione dei simboli, infatti, Francesco propone un nuovo modo d’essere del papato e un aggiornamento delle relazioni Italia-Santa Sede. Bergoglio è arrivato al Quirinale cercando di interpretare il più possibile il ruolo di vescovo di Roma e provando a spogliarsi della funzione di Capo di Stato. Anche per questo ha pronunciato un discorso tutto sommato di basso profilo, evitando ogni insistenza sulle aspettative della Chiesa rispetto a determinate leggi o questioni; uniche eccezione i riferimenti alla famiglia che va sostenuta, l’invito alla concordia rivolto al Paese per affrontare la crisi economica, il ricordo della sua visita a Lampedusa. Nulla di clamoroso insomma, anzi quasi il minimo sindacale, come si dice.

Ma all’inizio del suo intervento il papa ha anche detto qualcosa che spiega lo spirito nel quale si è svolta la visita di ieri al Quirinale. “Rendendole visita in questo luogo così carico di simboli e di storia – ha affermato Bergoglio rivolgendosi a Napolitano – vorrei idealmente bussare alla porta di ogni abitante di questo Paese, dove si trovano le radici della mia famiglia terrena, e offrire a tutti la parola risanatrice e sempre nuova del Vangelo”. La memoria personale, le origini familiari e l’annuncio del Vangelo come missione da svolgere; dunque non un incontro fra capi di Stato.

Di fatto la novità diplomatica forse più rilevante della giornata è venuta dall’assenza di un’agenda specifica di temi e questioni politico-legislative da affrontare fra le due parti, e questo nonostante le delegazioni di Italia e Santa Sede fossero qualificate e numerose. Assai significativo, in questa cornice, è apparso al contrario il colloquio privato fra Napolitano e Bergoglio, durato circa 35 minuti – un tempo non breve in diplomazia – durante il quale secondo fonti ufficiose i due hanno parlato dei rispettivi ruoli e delle esperienze politiche in Argentina e Italia dal dopoguerra a oggi. Sembra insomma che la complessità delle due agende interne – la crisi economica e le larghe intese, la difficile riforma della Curia e della Chiesa – siano stati i veri argomenti comuni.

Da rilevare, quindi, che Napolitano ha sottolineato ripetutamente la novità rappresentata dal papa e la sua apertura al dialogo anche con i non credenti; quindi il Capo dello Stato ha messo in luce l’impulso dato da Bergoglio al rapporto fra Chiesa e modernità “facendo vibrare” lo spirito del Concilio Vaticano II. Qualcosa di più, dunque, di cordiali rapporti. Francesco, da parte sua, ha voluto inserire nel programma della visita un incontro con i dipendenti del Quirinale e i loro figli; qui Bergoglio si è sciolto di più ed è tornato – non a caso – a fare il parroco sottraendo ulteriore peso alla solennità della visita.

Infine mancava ancora il neo Segretario di Stato – destinato con la riforma della Curia a diventare Segretario papale per diminuire il peso politico dell’incarico – monsignor Pietro Parolin, in convalescenza dopo un intervento chirurgico; Parolin dovrebbe essere a Roma da domani. Certo stupisce che non abbia anticipato il rientro per la visita al Quirinale del papa; in ogni caso ad accompagnare quest’ultimo c’era, fra gli altri, il cardinale Giuseppe Bertello, presidente dello Stato della Città del Vaticano nonché uno degli otto porporati che coadiuvano Francesco nel governo della Chiesa.

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