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Solo il 4% delle notizie dei tg sulle crisi umanitarie

 

La linea rossa della bomba umanitaria è stata nuovamente superata. Due milioni di profughi in fuga dai bombardamenti e dall’esercito lealista siriano e anche dalle armi chimiche. Persone come noi, famiglie come le nostre. Come quella dell’infermiera sbarcata sulle coste siciliane in condizioni gravissime e morta dopo cinque giorni i cui organi hanno ridato vita e speranza  a tre italiani. Persone senza più niente capaci di vedere oltre il loro dolore. Un anno fa a lasciare le proprie case e la propria vita attraversando la frontiera alla ricerca di un luogo più sicuro erano stati “soltanto” 230.671 persone, soprattutto donne e bambini. Oggi sono due milioni. I dati sono quelli dell’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu a cui si aggiungono quelli dell’Unicef secondo cui un milione e novecentomila bambini e ragazzi  siriani hanno interrotto la scuola dell’obbligo nell’ultimo anno, cioè il 39% del totale degli studenti. E poi oltre 3000 scuole sono state danneggiate e quasi mille sono usate come rifugi per sfollati. Forse potrà sembrare un lusso parlare di scuola mentre è in corso una guerra. Ma per i bambini e i ragazzi lo studio rimane un diritto primario, come il cibo e l’acqua, come la salute. In Siria, la bomba umanitaria vuol dire anche questo. Niente scuole, niente cultura, niente libri per oltre un milione e mezzo di bambini e ragazzi, per un’intera generazione. Ma la linea rossa della bomba umanitaria non si vede, non si supera mai perché c’è sempre qualche altra priorità, perché in fondo per i rifugiati basta un reality per rendere la realtà più appetibile e alzare gli ascolti nel caso di un programma di prima serata fatto dal servizio pubblico. La bomba umanitaria da sola non fa ascolti, bisogna metterci a fianco personaggi dello spettacolo o cosiddetti tali. Bisogna arricchire il dolore degli anonimi con le emozioni dei famosi, altrimenti la gente si annoia. Bisogna creare qualcosa perché la tragedia da sola non fa ascolti. O almeno così crede qualcuno. Eppure anche l’Italia e la stessa Rai hanno una tradizione di reportage che hanno segnato la storia. Sull’Italia che rinasceva con fatica dopo la guerra e sui paesi esteri, sui monasteri di clausura (cosa c’è di meno appetibile apparentemente da un punto di vista dello spettacolo!) o sui vicoli di Napoli, sullo tsunami in Indonesia o sui luoghi della morte silenziosa di Chernobyl. Ora gli inviati dei tg sono partiti per il Libano, per seguire da vicino l’intervento militare di chi non tollera che si superi la linea rossa  che ha tracciato. I due milioni di profughi, il milione e mezzo di bambini che non giocano e non studiano più, le vite trasformate all’improvviso in un incubo da cui però non ci si libera risvegliandosi non bastavano per spingere i responsabili dell’informazione a mandare dei giornalisti per raccontare la tragedia che si consuma sotto i nostri occhi. Il risultato lo conosciamo: solo il 4% delle notizie dei tg sulle crisi umanitarie. Molto meno dei matrimoni e delle nascite reali. Molto meno delle curiosità dal mondo animale.

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