I rifugiati hanno davvero bisogno dei vip?

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“Abbiamo davvero bisogno dei vip per portare le storie dei rifugiati e di altre popolazioni vulnerabili all’attenzione dell’opinione pubblica? E’ sui rifugiati che andrebbe posta tutta l’attenzione, non sulle persone che li aiutano o, peggio ancora, su personaggi più o meno famosi. Mi chiedo che cosa direbbe l’opinione pubblica se per esempio un “docu-reality” fosse basato sulle vittime del terremoto in Abruzzo o in Emilia Romagna. Sarebbe accettabile o eticamente appropriato?” Così scrive ad Articolo21 Mattia, Capo progetto di Medici Senza Frontiere a Doro, in merito alla trasmissione “The Mission”, il reality programmato dalla Rai.

“Da sei mesi lavoro come capo progetto nel campo rifugiati di Doro, in Sud Sudan. La nostra équipe è composta da 15 membri internazionali e 270 locali, che lavorano per garantire assistenza medica d’urgenza e sono impegnati a fornire servizi igienico-sanitari e acqua. Quando sono arrivato in Sud Sudan, nel piccolo villaggio di Doro, a 40km dal confine col Sudan, non sapevo cosa mi aspettava. Ho imparato a non immaginare mai prima la realtà che posso trovare, così è più facile quando arrivi: ti adatti meglio ad una situazione quando la vivi, quando vi lavori.
La realtà che ho trovato è quella di 50mila persone che dipendono completamente dagli aiuti esterni per i propri bisogni essenziali. Pensate ai problemi di cui noi non ci dobbiamo più preoccupare nella vita di tutti i giorni: trovare acqua potabile, avere cibo a sufficienza, riuscire facilmente a curarsi quando si è malati. Per le donne, gli uomini e i bambini del campo di Doro, tutti questi problemi sono una realtà quotidiana. E non possono sopravvivere senza il nostro aiuto.

La notizia del programma RAI “The Mission” e il dibattito sollevato è arrivata fino a qui, il Sud Sudan è uno dei contesti in cui si realizzerà la trasmissione. Ma situazioni dimenticate come la vita nei campi rifugiati non possono arrivare all’onore delle cronache a causa delle polemiche o attraverso un “docu-reality” con i vip. Due degli elementi principali dell’identità di MSF sono l’azione umanitaria e la denuncia di quanto vediamo nei paesi in cui lavoriamo. Per questa ragione ci battiamo perché le storie delle popolazioni più vulnerabili abbiano spazio in televisione. Nel nostro ultimo rapporto annuale sulle “Crisi dimenticate” – campagna lanciata dal 2006 – abbiamo evidenziato un dato molto preoccupante: nel 2012 le emergenze umanitarie in luoghi come il Sud Sudan hanno occupato solo il 4% delle notizie trasmesse dai principali telegiornali italiani. E’ il dato peggiore di tutti questi anni. Abbiamo davvero bisogno dei vip per portare le storie dei rifugiati e di altre popolazioni vulnerabili all’attenzione dell’opinione pubblica? E’ sui rifugiati che andrebbe posta tutta l’attenzione, non sulle persone che li aiutano o, peggio ancora, su personaggi più o meno famosi. Mi chiedo che cosa direbbe l’opinione pubblica se per esempio un “docu-reality” fosse basato sulle vittime del terremoto in Abruzzo o in Emilia Romagna. Sarebbe accettabile o eticamente appropriato?

Non solo. Una comunicazione responsabile, adeguata e utile per i rifugiati dovrebbe rispettare la sensibilità del contesto locale qui in Sud Sudan e dovrebbe anche tenere presente gli importanti limiti etici, istituzionali e persino pratici nel rapporto tra noi operatori umanitari e le persone che assistiamo. Questo significa che ciò di cui hanno bisogno i rifugiati sono giornalisti che possano davvero approfondire queste realtà, capaci di spiegare fino in fondo che cosa sta accadendo. Nella dinamica del dibattito su “The Mission”, non dobbiamo mai perdere di vista i veri bisogni dei rifugiati.

-Assistenza medica
Molti dei pazienti che visitiamo nella nostra clinica soffrono di malattie respiratorie e diarroiche. Questo è dovuto in gran parte al fatto che passano la notte al freddo, senza ripari e non hanno accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici. Osserviamo anche molti casi di bambini malnutriti, alcuni affetti da malnutrizione moderata, altri grave. L’équipe di MSF gestisce anche un programma di alimentazione terapeutica per il trattamento di bambini sotto i cinque anni affetti da malnutrizione grave. Ma adesso, cioè nel bel mezzo della stagione delle piogge, è la malaria il più grande nemico. Soltanto per questa malattia nell’ultimo mese abbiamo effettuato 4mila visite. Alcune aree del campo e dei territori vicini sono sommerse dall’acqua e ciò contribuisce alla diffusione delle zanzare.

Acqua e cibo
MSF è qui per fornire assistenza medica, ma la realtà che vedo attorno a me è così terribile che praticamente stiamo facendo molto di più delle sole cure mediche: supportiamo altre organizzazioni nella gestione di servizi di base essenziali. Abbiamo scavato pozzi per aumentare la quantità di acqua potabile disponibile, che viene purificata, disinfettandola con il cloro, e inviata ai punti di raccolta. Gradualmente un’altra organizzazione ha assunto la gestione di questo servizio, ma noi ci occupiamo ancora del 20% della produzione di acqua. A più di un anno e mezzo dall’inizio dell’emergenza, è ancora debole e richiede un monitoraggio costante. L’UNHCR e il WFP hanno in carico la distribuzione di generi alimentari (sorgo, mais, olio e sale) che ha luogo una volta al mese, ma vi sono tuttavia dei ritardi nella distribuzione. All’inizio della crisi, MSF è stata molto coinvolta nella distribuzione di cibo. Inoltre, i rifugiati a volte sono costretti a vendere parte della loro razione per compensare altre carenze, rendendo la situazione ancora più instabile.

Vaccini
Una delle principali preoccupazioni qui riguarda i focolai di epidemie, a causa dell’elevata densità di persone all’interno del campo. Sono state effettuate diverse campagne di vaccinazione per prevenire la diffusione delle malattie infettive, come il morbillo e il colera. La clinica fornisce anche vaccini contro il tetano e la tubercolosi per le persone più vulnerabili e i bambini piccoli. Purtroppo in questo momento ci troviamo di fronte all’epidemia di una malattia per la quale non esiste ancora un vaccino: l’epatite E. Si tratta di una malattia difficile da evitare a causa del lungo periodo di incubazione (3-6 settimane) e per l’identificazione complicata dei suoi vettori di contaminazione. È anche difficile da curare, a causa della diffidenza di alcuni pazienti verso la medicina moderna. Si tratta di una vera sfida e, per affrontarla, lavoriamo costantemente sul fronte della sensibilizzazione e della promozione della salute.

Per molti dei rifugiati, la vita nel campo è l’unica che abbiano mai veramente conosciuto: la loro vita è confinata entro i confini che lo delimitano. Le autorità locali proibiscono loro di uscire e coltivare i campi nei dintorni o raccogliere legna o cercare lavoro fuori. Coloro che sono stati rifugiati in Etiopia per quasi 20 anni a causa della guerra civile tra il nord e il sud del Sudan, sono tornati gradualmente alla loro vita dopo gli accordi di pace, per essere costretti a fuggire di nuovo a causa dello scoppio di questo nuovo conflitto, meno di due anni fa. Siamo qui per fare tutto il possibile per aiutare queste persone, ma i bisogni sono immensi e vanno ben oltre le nostre capacità.


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