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“Il furto normale più strano del mondo”

 

Telecamere, computer fissi e portatili, microfoni, strumenti per il montaggio e altre dotazioni professionali. Questo il bottino del furto del 15 luglio scorso presso l’abitazione di Alberto Nerazzini (nella foto), il giornalista di origine modenese che dal 2008 è uno degli inviati della trasmissione Report di Milena Gabanelli. “Non è un colpo classico, non ci sono cassetti rovesciati o i libri gettati a terra” dice Nerazzini. Chi è entrato in casa mia sapeva cosa cercare, quasi avesse una lista della spesa”. Articolo21 ha da subito espresso solidarietà al giornalista e preoccupazione per la vicenda, soprattutto perché nei suoi pc c’è gran parte del suo lavoro di inchiesta. Dopo alcuni giorni di comprensibile silenzio Nerazzini ha scritto oggi questa nota sul suo profilo di Facebook che ci ha autorizzato a pubblicare. 

Sono state giornate pesanti, sporche e incessanti. È passata quasi una settimana, da quella sera di domenica in cui rimetto piede dentro casa mia. Tutto normale: la porta, i mobili, i quadri, persino l’odore. Eppoi la montagna di carte, faldoni, libri, oggetti, tutti miracolosamente stipati nell’ordinato disordine del mio studio: nemmeno un cassetto leggermente aperto, nemmeno una penna, un foglio sul pavimento. Ciò che mi fa più paura ricordare è proprio quel paio di minuti stanchi e sereni, nei quali mi riprendo come altre mille volte i miei luoghi senza notare nulla di strano, fino a quando il mio sguardo obliquo va nel vuoto disegnato sul grande tavolo di lavoro: il vuoto lasciato dai miei tre computer – due fissi e un portatile – con cui scrivo e monto le mie inchieste; il vuoto in mezzo al pieno inviolato della stanza. Dopodiché, la corsa nervosa saltando i gradini fino al piano di sopra. Altre stanze. Ancora tutto come lasciato la sera prima. Non c’è il piccolo portatile sdraiato sul letto. Non c’è il vecchio portatile nero senza valore sul tavolo dello studiolo accanto. Ma soprattutto, a quel punto, io sto cercando ciò che non trovo: i due zaini infarciti da telecamere, ottiche, microfoni e tutto il resto.
La telefonata al 113. Le falene che entrano dalla finestra spalancata e si lanciano contro la mia testa. Stupide come sempre, irriverenti come mai prima.
La verità è che viene voglia di metterla giù semplice com’è, questa storia: qualcuno è entrato in questa grande casa dove da due anni vivo in affitto con il mio amico Marco e la sua compagna Elisa, che da inizio luglio erano nelle Marche. Quel qualcuno è penetrato da una finestra sicuramente – in tutti i sensi – chiusa, senza romperne i vetri né gli ingranaggi. Solo un piccolo segno di effrazione: minchia è bravo, quel qualcuno, mi sento dire poco dopo. E dietro di lui, altre gambe e altre braccia, che si muovono ovunque, nei tre piani della casa. Senza lasciare un’orma o un’impronta prendono i miei computer e le mie telecamere, vedono e spostano i computer e lo zaino (identico ai miei) con la preziosa telecamera di Marco, eppure non li portano via. Con quell’attrezzatura io ci facevo inchieste giornalistiche, il lavoro che faccio da quindici anni, non solo per Report. Con la sua, Marco da anni dà sfogo a un talento grande e diverso: videoclip, pubblicità, film, musica, montaggio e grafica. Punto e a capo.
I soldi nel cassetto, i pochi gioielli in vista di Elisa, i quadri, gli stereo, il plasma, altre tv e altre macchine fotografiche, sulla libreria e in quel mobile a vetri. Le decine di hard disk. La moto, le macchine parcheggiate lì davanti, e le loro chiavi parcheggiate all’ingresso. Mi fermo qui. Ma per l’ennesima volta il mio sguardo obliquo cade su tutto questo scatenando lo stesso stupore di domenica notte, quando mi muovevo attento, seguendo i passi corti dei poliziotti della Scientifica. Oggetti e robe preziose che sei giorni fa, immobili sotto la luce delle torce, si sono trasformati per sempre in piccole, grandi, volgari cose irreali. Ecco perché viene voglia di metterla giù semplice com’è, questa storia: perché c’è una voglia smisurata di semplicità, di normalità. È la mia voglia. Ora e qui, dove la normalità non è più di casa.
Quindi la speranza che sia solo un furto normale, se pur strano. «Il furto normale più strano del mondo». Partire da qui. Vi chiederò una mano per «spammare» la rete con le matricole e i seriali della mia attrezzatura. Non tralasciare nessuna ipotesi, prendendo in considerazione qualsiasi pista. Tenere a distanza le suggestioni, le supposizioni, i teoremi, i semplici sospetti. Mettere in fila. Rivedere ogni cosa. Ogni faccia, ogni parola, ogni amico e amica, i finti amici, ogni episodio, anche e soprattutto le cazzate, quelle che tutti noi dimentichiamo in fretta ma facciamo e faremo sempre. Tutto. Anche quella festa di tre settimane fa, a costo di rovinare il ricordo del regalo più bello che si potesse fare un quarantenne privilegiato come me. Aggrapparsi solo ai fatti, alle prove, e scarnificarli fino in fondo. Lo sto facendo da sei giorni. In alcuni momenti ho la sensazione che mi riesca facile, perché lo faccio da anni con il mio (splendido) lavoro che ho avuto il culo di potermi scegliere. Qualcuno dice che sia bravo a fare le inchieste (televisive), eppure questa è la più difficile e particolare, come potrete ben immaginare. Chi invece le sa fare sicuramente bene, le indagini, è la Squadra Mobile di Bologna, che ringrazio e che si è messa a lavorare subito. E siamo solo all’inizio.
Qualche collega e qualche giornale hanno voluto raccontare questa storia. Ringrazio anche loro, perché io non ho cercato nessuno, forse sbagliando. Sono state scritte un po’ di cose inesatte, come quella che avrei perso il mio archivio di sei anni. Ma chi se ne frega.
Di certo però nessuno ha scritto che io, Alberto Nerazzini, in questi giorni ho ricevuto da tutti voi, dagli amici più stretti e da quelli lontani, e dagli amici che non conoscevo, un abbraccio, una spalla, una carica che non hanno prezzo. Sono i vostri innumerevoli messaggi di solidarietà, di stima e di affetto. Meglio, molto meglio di una birra ghiacciata alla fine di queste bollenti giornate di duro lavoro. (Lo so, poteva venirmi qualcosa di meglio, ma vi assicuro che per me, alle volte, quando te la sei guadagnata, meglio di una bella birra ghiacciata al calare del sole non c’è niente).
Un evento come quello che mi è arrivato trascina dietro di sé anche un naturale processo selettivo: ti fa capire di che pasta sono davvero fatte le persone che hai o pensi di avere vicino. Non vi nego una qualche sorpresa, in questi sei giorni. Comunque, se restiamo vicini, prossimamente mi potrete dare ancora una grande mano. A presto, allora.
Già che ci sono, aggiungo: a quel qualcuno, quello «bravo» che si è intrufolato dalla finestra, e ai suoi amici, veri o «di lavoro» che siano, e anche a chi eventualmente gli ha consigliato o magari ordinato di venire qui, dico che se mi state leggendo significa che sono proprio un tipo fortunato. Perché posso dirvi: fottetevi.

E pensare che oggi mi son messo davanti a questo computer avuto dalle mani di un vecchio amico e compagno di lavoro per dirvi solo quello che vi dico ora, alla fine. La cosa più normale: GRAZIE.

https://www.facebook.com/nerazzini

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