Purtroppo non siamo nel 1999

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Hanno ragione Walter Veltroni e tutti coloro che sottolineano la necessità che il nuovo Presidente della Repubblica (per la cui elezione le Camere si riuniranno il prossimo 18 aprile) sia scelto seguendo il metodo che nel 1999 condusse al Quirinale Carlo Azeglio Ciampi, eletto al primo scrutinio con un’ampia maggioranza (707 voti su 1010). Il guaio, per quanto la cosa possa sembrare banale, è che purtroppo non siamo nel 1999. Non che quattordici anni fa fossero tutte rose e fiori, intendiamoci, ma non è certo un caso che proprio Ciampi, in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, abbia scritto un libro dal titolo emblematico: “Non è il Paese che sognavo”.

L’Italia di oggi, infatti, è una nazione imbarbarita e senza speranza, povera dal punto di vista economico ma, soprattutto, a livello morale, incapace di valorizzare i giovani (ai quali Ciampi, negli ultimi anni, ha dedicato riflessioni bellissime e cariche d’affetto) e rilanciare la crescita e lo sviluppo, priva di una che, a sua volta, sembra aver smarrito l’anima e dimenticato la visione europea, sempre più chiusa in se stessa e nelle proprie miserie e soffocata dal populismo dilagante e dalle misure di austerità imposte da un’Europa propria ragione costitutiva.

Sarà, dunque, assai difficile replicare lo schema che all’epoca regalò al Paese una delle pagine più belle della sua storia, anche perché in questi tre lustri il ruolo dei partiti si è progressivamente affievolito, fino quasi a scomparire, e sono venuti meno molti degli attori che allora resero possibile una soluzione che attualmente ci appare un miraggio.

Senza contare ciò che è accaduto nella società, nella carne viva di un’Italia fragile e sfibrata, nella quale la parola “politica” è diventata una parolaccia e nessun partito, eccetto il PD, ha più il coraggio di definirsi tale. È, pertanto, un’Italia sola, logora, arrabbiata e priva di punti di riferimento quella che attende, a dire il vero senza entusiasmo, l’elezione del nuovo Capo dello Stato; un’Italia nella quale è venuto meno il rispetto per le istituzioni e la fiducia dei cittadini nelle stesse; un’Italia che ha smarrito quel senso di comunità e condivisione che l’ha resa grande nel mondo e che non sembra in grado di abbattere i muri e gli steccati ideologici che l’hanno dilaniata nell’ultimo decennio.

Per questo, almeno noi, ci siamo ben guardati dal sostenere pubblicamente questo o quel candidato, pur avendo, come tutti, le nostre preferenze, pur credendo che fra i nomi emersi in queste settimane ci siano delle figure adeguate e altre che sarebbe meglio depennare dall’elenco, pur avendo ben chiaro in mente il profilo ideale dell’uomo o della donna che dovrà guidare il nostro Paese nei prossimi sette anni.

A tal proposito, mi preme sottolineare che l’utilizzo del verbo “guidare” non è casuale. Pur difendendo la natura parlamentare della nostra Repubblica, difatti, sarebbe assurdo ignorare il ruolo che Napolitano ha avuto e sta avendo tuttora nella definizione degli equilibri politici. E sarebbe ingeneroso, al termine del suo settennato, non ringraziarlo per aver tenuto alto l’onore dell’Italia nei momenti di maggiore crisi, quando il governo Berlusconi aveva perso oramai ogni credibilità e la speculazione internazionale ci stava divorando, e ancora in questi giorni, in un contesto di assoluta incertezza, con un quadro politico in costante evoluzione e un movimento, quello grillino, che, dopo aver raccolto la rabbia, la disillusione e lo sconforto di larghi strati della popolazione, sembra indisponibile a qualunque forma di accordo, ignorando evidentemente che nessuna democrazia può reggersi senza un minimo di compromesso e confronto tra le parti.

Se a questo aggiungiamo che, da quando è esplosa la crisi, il Quirinale è l’unica istituzione a godere ancora di un minimo di popolarità, è chiaro che il successore di Napolitano dovrà essere una figura della stessa levatura morale e, possibilmente, dotata di una simile esperienza politica perché tutto possiamo permetterci tranne nuovi “tecnici” o, peggio ancora, altre avventure dalla destinazione ignota.

Tuttavia, per quanto auspicabile, e da più parti auspicato, sarà dura che le stesse forze politiche che in questi due mesi hanno ostacolato in ogni modo il tentativo di Bersani di formare un governo acquisiscano nottetempo il senso dello Stato e delle istituzioni che bisognerebbe avere in una circostanza tanto delicata. L’ipotesi più plausibile, quindi, è che le diplomazie dei due partiti principali continuino a lavorare al riparo da occhi e orecchie indiscreti, nel tentativo di trovare un nome che metta d’accordo sia il centrosinistra sia un centrodestra come sempre costretto a fare i conti con le necessità giudiziarie del proprio leader. Quanto al Movimento 5 Stelle, è un vero peccato che abbia deciso di lanciare definitivamente il pallone in tribuna, affidandosi a modalità di selezione del proprio candidato che nulla hanno a che vedere, anzi sono in aperto contrasto, con quanto prescritto dalla Costituzione e correndo così il rischio di mettere a repentaglio anche un concetto che ci sta profondamente a cuore quale quello della democrazia dal basso.

A dispetto di voci, indiscrezioni, conferme e smentite, confessiamo con molta onestà di non avere la più pallida idea di chi sarà, alla fine, il candidato prescelto. L’unico auspicio, chiunque sarà, è che avverta su di sé tutto il peso, la gravità e la complessità delle decisioni che dovrà assumere, che abbia ben presente la lunghezza e la profondità del suo orizzonte temporale e che non si lasci mai condizionare dalle esigenze e dalle urgenze del momento, nemmeno in un periodo tanto convulso, nel quale persino fare previsioni su ciò che accadrà nelle prossime dodici ore può risultare azzardato.

Per questo, ribadiamo la necessità che il prossimo inquilino del Colle sia una personalità di assoluto prestigio, anche sul piano internazionale, e dotata della massima autorevolezza: perché sappiamo che dovrà essere il miglior Presidente di sempre, il più avveduto e lungimirante, se non vogliamo che l’Italia si ritrovi drammaticamente senza una guida ed esposta allo scherno, al discredito e alla diffidenza dei partner globali.


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