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Thyssenkrupp: la giustizia e le leggi

 

Quel grido ” maledetti” che ha squarciato il silenzio appena il presidente Giangiacomo Sandrelli ha concluso la lettura della sentenza d’appello, ha rivelato sia la tensione dei familiari che le contraddizioni di un processo impegnativo e doloroso come quello alla Thyssenkrupp di Torino.
Quei 7 morti bruciati come torce umane per l’incuria e l’azzardo omicida della direzione aziendale dello stabilimento, continuano a bruciare nelle menti e nella sofferenza quotidiana delle famiglie delle vittime, nella ricerca  di una spiegazione, di una risposta che porta sempre alla stessa conclusione. Quegli operai , quella notte, non dovevano essere li a lavorare, perché la linea 5 era in smobilitazione, senza manutenzione, senza pulizia e lavorava  per una commessa milionaria dell’azienda che pur di incassare la cifra  di quel laminato d’acciaio che solo gli operai  torinesi e di Terni potevano fare, ha corso il rischio di farli morire.

Come poi è tragicamente avvenuto. I familiari delle vittime ancora si contorcono nelle domande : cosa avrebbero potuto fare per impedire che quella notte quel figlio o marito si alzasse alle 4 del mattino per andare a lavorare, quel maledetto 6 dicembre del 2007 ? Non potevano fare nulla, certo.  Altre motivazioni, non certo solo quelle domande inevase, hanno spinto i familiari a creare tra loro quei ‘legami d’acciaio’  che hanno avuto il sapore della presenza, con quelle magliette e quelle foto in tutte le udienze dei processi. In particolare quel sentire comune che spinge sempre i parenti di queste vittime sul lavoro a fare della propria battaglia  un simbolo affinché non vi siano più altri morti sul lavoro. E
la ricerca di giustizia dalla Procura prima, dalla Corte d’Assise poi, dall’Appello ieri, poteva alleviare la loro sofferenza e dare risposte, qualche certezza alle loro battaglie.
La sentenza di primo grado per la Thyssenkrupp , l’aveva fatto; quella condanna a 16 anni all’ AD , Harald Espenhahn, le altre 5 condanne ad altrettanti dirigenti dello stabilimento torinese e italiani, soprattutto quell’aggravante del ‘dolo’ eventuale che aveva portato ad una speranza di giustizia.

Ma le sentenze si devono sempre confrontare con le leggi di un paese. Ed anche se l’impianto accusatorio del team guidato dal dottor Guariniello non poteva essere smontato, tanto erano forti le prove raccolte e le testimonianze, le leggi italiane in tema di morti sul lavoro sono quelle che sono. Il ” dolo” eventuale era stato una conquista che doveva reggere
all’Assise d’Appello: e poteva anche non reggere, forse perché era un coraggioso balzo in avanti costruito con grande saggezza perché supportato da un lavoro certosino ed immediato, poliziesco, di indagine. Una prova di maturità’ ed un atto di coraggio per l’istituzione Giustizia.  Metteva insieme le istanze e le ansie di giustizia dei familiari con il balzo in avanti della giurisprudenza verso una nuova disciplina deterrente per rendere più’ forte la prevenzione nei luoghi di lavoro. Ma doveva superare le logiche delle aule di tribunale, dove si confrontano  prove, leggi, verifiche, periti, arringhe e accuse, testimonianze e dati tecnici, sino al raggiungimento della possibile verità. Da qui far scattare il balzo in avanti.

La Corte d’Assise d’Appello di Torino, questo salto in avanti non l’ha fatto. Non ha voluto farlo, oppure ha ritenuto che non si potesse ancora farlo, in questa Italia , in questa epoca , in questo processo soprattutto: ha giudicato sui fatti accaduti quella notte, affermando che non c’era dolo, nessuna volontarietà in quei 7 omicidi. Ha deciso per l’omicidio colposo, aggiungendo comunque che vi fu una ” colpa cosciente” da parte dei dirigenti della fabbrica. Ma di più’ non ha fatto, portando la pena per Espenhahn a 10 anni di condanna, da 16 anni e 6 mesi del primo grado  e le altre condanne , quindi, a decrescere, da 9 anni a 7 anni di carcere. Anche, va detto, per effetto del risarcimento gia’ dato alle famiglie ed agli enti locali e sindacali che in primo grado erano parti civili al processo ( tranne Medicina Democratica che era rimasta , unica, parte civile anche in appello, alla quale è stato riconosciuto un risarcimento di 50mila Euro, dimezzato rispetto al primo grado di giudizio).

Ma soprattutto la sentenza d’Appello ha deciso che non c’è spazio per l’omicidio volontario
negli infortuni gravi sul lavoro. È stata anche questa consapevolezza che ha fatto scattare la rabbia e la sofferenza dei familiari delle vittime, anche se il procuratore aggiunto Guariniello, ha comunque sottolineato che 10 anni di carcere per morti sul lavoro, sono comunque un precedente a suo modo storico, che comunque si tratta di una pena molto alta, stanti le leggi attuali. Ma è proprio questo il problema che  si apre dopo la sentenza di Torino: in Italia le morti sul lavoro sono equiparate alle morti per incidente stradale, per la
legge siamo sempre in un ambito ” colposo” che quindi esclude il dolo, la volontarietà , anche quando , come accaduto alla Thyssenkrupp di Torino, si sapeva che quegli operai correvano il rischio di morire, come e’ poi tragicamente accaduto.

Si pone quindi un problema che è politico, culturale, sociale e giuridico. Ci vuole un adeguamento della legge che faccia fare quel salto in avanti che , comunque, in primo grado aveva riconosciuto ed applicato la Corte d’Assise di Torino. Un salto che deve essere collettivo, culturale, non solo confinato alle aule dei tribunali e che coinvolge anche l’informazione, la comunicazione, il cinema e le arti rappresentative. Tutto ciò che può far capire e comprendere che non ci sono morti bianche e che non si deve morire per lavorare : perche’ non e’ giusto e perche’ chi non attua le giuste prevenzioni corre il rischio di una forte condanna. È non di cavarsela  in tribunale come se avesse investito accidentalmente
ed involontariamente una persona in bicicletta sul ciglio della strada.

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