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Ingroia: «Senza verità non può esserci democrazia»

 

L’aula del ‘400 dell’Università di Pavia è quasi piena già mezz’ora prima. Alla fine, nonostante il ponte d’inizio novembre, sarà necessario attivare il collegamento audio e video con un’altra aula, tanti sono i presenti. Alle cinque in punto un caloroso applauso accoglie il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia e il giornalista e scrittore Saverio Lodato. Sarà lui a sottoporre il pm ad un fuoco di fila di domande che sono il cuore di questo appuntamento pensato dall’Osservatorio antimafie di Pavia e dall’Udu, con il patrocinio della Facoltà di Giurisprudenza e dell’Edisu. All’inizio c’è spazio anche per il ricordo dello scomparso professor Vittorio Grevi, tra i giuristi migliori che il nostro Paese abbia mai avuto e instancabile operatore culturale che spesso aveva invitato i due alle iniziative con gli studenti proprio a Pavia.

Vent’anni dopo

Saverio Lodato sottolinea come la scelta per l’ultima iniziativa pubblica di Antonio Ingroia sia caduta proprio su Pavia, sede universitaria, per sottolineare la necessità dell’impegno delle nuove generazioni contro un problema, quello delle mafie, purtroppo atavico. Amaro il suo incipit: «Volge al termine l’anno del ventesimo anniversario delle stragi del 1992 e si chiude con l’ennesimo smantellamento del pool antimafia, ammirato all’estero e osteggiato in Italia. I magistrati dovrebbero essere fiori all’occhiello da valorizzare e invece in Italia sono parenti imbarazzanti che si cerca di nascondere alla vista. Il nostro paese non ha imparato nulla dalle stragi. Vent’anni dopo dobbiamo ancora assistere a forme d’isolamento e delegittimazione per chi ha cercato la verità». Una riflessione che si chiude con la prima domanda: «Cosa non le hanno perdonato? Cosa non perdonano a voi della Procura di Palermo?». Ingroia confessa subito la sua speciale emozione per la chiusura di un importante capitolo della sua vita e ricorda il professor Grevi con il quale ha affrontato i temi più caldi del contrasto alle mafie. Una speciale emozione dovuta al fatto che tutto questo avviene vent’anni dopo le stragi. Vent’anni che hanno coinciso con vent’anni alla procura di Palermo e con il massimo contributo possibile all’accertamento della verità sulla scellerata trattativa. «Credo – risponde il procuratore aggiunto – che non ci abbiano perdonato per gli stessi motivi che non perdonavano a Borsellino e Falcone e poi a Caselli, ma ancora prima a Costa, Terranova. Il rimprovero è di essere autonomi e indipendenti. La Sicilia è stata a lungo luogo di disuguaglianze, grazie anche alla compiacenza della magistratura. Quando una piccola avanguardia decise di rompere la subalternità agli assetti determinati, s’innescò un processo virtuoso di rinnovamento». «In questa logica di subalternità – prosegue Ingroia – l’indagine sulla trattativa non andava fatta perché c’erano ragioni di Stato sottratte al controllo di legalità della magistratura. Le ragioni del diritto però non possono essere mai sottomesse alle ragioni della politica in uno Stato che si dica democratico. Ora è il momento giusto per me di fare un passo laterale, anche per stimolare il dibattito su una questione fondamentale e senza indebolire il lavoro del pool di magistrati che fino alla mia partenza coordinerò. Ricordiamoci che senza verità non può esserci vera democrazia».

 Il suicidio dello Stato

Lodato recupera i fili del ragionamento per la seconda domanda, non prima di aver ricordato che il culmine dell’attacco ad Ingroia venne quando si dichiarò partigiano della Costituzione. Se è vero che ai magistrati non è stata perdonata l’autonomia, occorre interrogarsi su come sia stata utilizzata questa autonomia dal pool di Palermo. All’indomani del maxiprocesso, ci furono i primi guai per Falcone e Borsellino, mentre per Caselli iniziarono quando si avviò la fase dei processi per concorso esterno alla mafia dei politici. Legittimo chiedersi se il processo sulla trattativa avrà un esito diverso dalle due precedenti stagioni o se anche per la terza volta si perderà l’appuntamento con il ridimensionamento della mafia. Insomma lo Stato si processerà davvero o si suiciderà come preconizzava Leonardo Sciascia? Ingroia risponde di non avere un’idea monolitica dello Stato. Indubbiamente si sono fatti dei passi in avanti, ma è inutile nascondersi le battute d’arresto e le stagioni del revisionismo. Nei momenti in cui lo Stato ha ripreso la sua azione, però non si è ripartiti da zero. Il maxiprocesso ha intaccato l’impunità del sistema mafioso. Falcone e Borsellino sono fermati alla soglia dei santuari economici e politici. La contestazione del concorso esterno in associazione mafiosa è invece il nucleo della stagione del pool di Caselli. S’intacca il mito dell’impunità dei “colletti bianchi”. Nell’ultima e terza stagione, secondo il pm palermitano, si arriva ai limiti delle colonne d’Ercole: oggi è in discussione se sia processabile un certo modo d’essere Stato in rapporto con la mafia. Oggi c’è uno Stato che prova a processare lo Stato. Ingroia però è cauto fino in fondo: «Non si pensava che le nostre accuse potessero reggere fino al processo. L’Italia ha avuto per troppi anni paura di guardare in faccia la realtà. Ora è il momento che il paese si guardi allo specchio. Abbiamo il massimo rispetto nei confronti del giudice dell’udienza preliminare e l’avremo nei confronti del tribunale, nel caso ci sia un processo. La verità su quella stagione deve essere accertata e i cittadini hanno diritto a quella verità, anche se alla fine non dovessero emergere profili di responsabilità penale».

Napolitano e la reazione inattesa

Il microfono torna a Lodato che ne approfitta per domandare a bruciapelo se fosse lecito attendersi che, a guardia delle colonne d’Ercole dell’accertamento delle responsabilità di alcuni esponenti dello Stato, vi fosse proprio il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Ingroia, da par suo, risponde suscitando il sorriso dei molti presenti: «La domanda implica già una risposta. Se fossimo in un’aula di tribunale la domanda andrebbe respinta in quanto suggestiva, contenente cioè una risposta implicita. Tuttavia intendo rispondere ricordando come abbiamo apprezzato il capo dello Stato per la difesa delle istituzioni svolta nel suo settennato. Quindi la nostra amarezza è stata doppia quando ci siamo trovati di fronte alle polemiche suscitate dalla nostra azione e al sollevato conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale. Riteniamo ingiusto e deteriore il trattamento al quale la Procura di Palermo è stata sottoposta. Basti pensare che nel 1996, quando fu intercettato accidentalmente l’allora presidente Scalfaro dai magistrati di Milano, a nessuno venne in mente di sollevare un conflitto di attribuzione. Flick, ministro della Giustizia all’epoca, sollecitò il Parlamento a modificare la legge. E noi non abbiamo intercettato il presidente Napolitano. È stata un’intercettazione indiretta e casuale». Tocca a Lodato strappare un sorriso al pubblico: «Lei ha detto più di quello che mi aspettavo e mi ha in fondo mi ha risposto…Il problema però è di sostanza. Quando i giornali pubblicano le telefonate tra Mancino e D’Ambrosio si offre uno spaccato drammatico delle istituzioni. Mancino e D’Ambrosio cercano insieme di disinnescare la bomba del confronto tra Martelli e lo stesso Mancino. In un paese mediamente moderno qualcuno dovrebbe chiedere conto a Mancino del suo dire perché definire ricattatorie queste telefonate è poco. Invece si sceglie la strada del conflitto tra poteri dello Stato e sul banco degli imputati ci finisce la procura di Palermo». Nonostante la tensione evocata da questi ragionamenti, c’è spazio anche per le schermaglie e gli ammiccamenti che consentono ai presenti di stabilire un rapporto empatico con il giornalista e il magistrato, grazie anche a qualche battuta. E infatti la volta di Ingroia che risponde sorridendo: «Entrare troppo nel merito di alcune risultanze investigative mi mette a disagio. Vero è che parto per il Guatemala tra qualche ora…». Ingroia si limita quindi a ricordare come lo stesso D’Ambrosio avesse dichiarato di voler tornare a fare il p.m. per approfondire alcuni fatti di cui aveva saputo e questo perché aveva il sospetto di essere stato usato, anche se da chi non è dato sapere, per coprire in qualche modo la trattativa.

Lo scenario attuale

Le ultime due domande di Lodato riguardano il mancato schieramento della mafia alle ultime elezioni regionali e la possibilità che sia l’attuale sistema dei partiti a fare le riforme necessarie. Ingroia concorda sul fatto che la mafia abbia preferito non spendersi per il voto amministrativo: «La mia preoccupazione è che si stia ricomponendo una nuova relazione tra mafia e politica. Le mafie faranno di tutto per trovare referenti stabili e stipulare nuovi patti. Ecco perché occorre grande vigilanza. Il ministro Severino ha anticipato l’intenzione di accompagnare il ddl sulla corruzione con altri interventi, come la riscrittura dell’art. 416 ter che sanziona lo scambio elettorale politico mafioso. Per rendere efficace la norma basterebbe introdurre tre parole – “e altre utilità” – e dare così un segnale forte per ricacciare ogni tentazione. Difficile che lo faccia questo Parlamento che è lo stesso delle leggi ad personam e dell’impunità per i colletti bianchi…».  Il magistrato, infine, dichiara come sia sotto gli occhi di tutto la perdita di credibilità e di identità degli stessi partiti che ricorda molto il tramonto della prima repubblica. Dopo quasi due ore, Lodato chiude la sua intervista, chiedendo ad Ingroia se in questo momento i suoi pensieri siano rivolti più al nuovo impegno in Guatemala o al suo successivo rientro in Italia. «Non sto pensando ancora al mio rientro in Italia perché non sono ancora arrivato in Guatemala…» e alla battuta di Ingroia la tensione finalmente si stempera tra i sorrisi e gli applausi dell’uditorio. Il magistrato ricorda come la situazione dell’America centrale meriti attenzione e impegno e come il nuovo incarico venga affrontato con spirito di entusiasmo e di servizio. «Falcone intuì che il pool antimafia doveva essere superato e che non fosse più possibile occuparsi delle mafie solo a livello locale. Decise di andare a Roma e i frutti di quella stagione furono la Procura nazionale antimafia e le Dda e la Dia. Tentò, riuscendo, di proiettare a livello nazionale l’esperienza del pool di Palermo. Allora si disse che Falcone abbandonava la trincea palermitana. Ora, senza fare impropri raffronti, non c’è dubbio che oggi il contrasto a livello nazionale è insufficiente e quindi bisogna potenziare la collaborazione a livello internazionale. In meno di un anno – l’incarico scade a settembre 2013 – non penso di risolvere i problemi dell’America centrale e delle strategie del narcotraffico internazionale. Sono però convinto di poter dare un contributo positivo. Poi tornerò in Italia e qualcosa da fare sicuramente lo troverò…». Si chiude così l’intervista, l’ultima pubblica almeno. C’è tempo ancora per le domande della stampa e del pubblico, ma non cambiano il senso e il cuore dell’iniziativa: un abbraccio collettivo al magistrato impegnato nella ricerca della verità, nel solco tracciato da altri prima di lui. Una partenza temporanea dall’Italia che non significa l’abbandono della trincea ma solo un nuovo orizzonte al suo impegno. Siamo certi che non saranno pochi gli italiani che continueranno a seguire Antonio Ingroia in questa fase della sua vita e della sua carriera. Non fosse altro che per dimostrargli vicinanza e gratitudine.

*tratto da www.liberainformazione.org

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