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Ilva, “Non c’è lavoro senza salute”

 

Ilva e non solo. Sono tanti i luoghi in cui si combatte per difendere la propria terra dall’inquinamento, in un tempo in cui “il virus” sembra essere il prezzo da pagare per il progresso, per il benessere. Ed allora, quale è il rapporto tra malattie e inquinamento, a che punto è la nostra cultura ambientalista e la responsabilità della politica? Ne abbiamo parlato con Saverio Luzzi, storico autore de “Il Virus del Benessere” (ed.Laterza) che ricostruisce per noi le dinamiche de rapporto lavoro-ambiente nel nostro Paese.

Che idea si è fatto di cosa sta accadendo a Taranto, intorno allo stabilimento Ilva?
Penso che sia venuto a galla un elemento di lungo periodo della storia industriale italiana, vale a dire il disinteresse dell’imprenditoria nei confronti della salvaguardia ambientale e delle conseguenze del proprio operato. L’Italia continua purtroppo a essere la nazione delle produzioni a basso valore aggiunto, dei bassi salari e della devastazione ambientale. Taranto non ha fatto eccezione a tutto ciò.

Un dato che l’ha colpita della ricerca recente sul rapporto inquinamento e malattie nel territorio tarantino?
Personalmente non sono rimasto particolarmente colpito dal rapporto, nel senso che i dati scaturiti da “Sentieri” (questo è il nome dell’inchiesta epidemiologica realizzata dall’Istituto superiore di sanità) erano largamente previsti da chi si occupa di questi temi. Ciò non toglie che la situazione di Taranto sia più che allarmante. Una città in cui, dal 2003 al 2009, i tumori allo stomaco sono raddoppiati, quelli al fegato sono aumentati del 75%, quelli al corpo dell’utero dell’80%, quelli alla mammella del 24% è una città i cui abitanti sono vittime inconsapevoli delle leggi del profitto. Mi ha particolarmente colpito, invece, l’atteggiamento del ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, il quale ha tentato di minimizzare la gravità della situazione.

Come si pone nella dialettica lavoro – salute?
La salute è un bene inalienabile. Chi crea lavoro ha il dovere di farlo salvaguardando l’equilibrio psico-fisico dei lavoratori. La politica, a sua volta, ha almeno due doveri: tutelare l’integrità della collettività, imponendo delle regole normative che limitino il più possibile l’emissione di sostanze inquinanti e obbligare gli imprenditori al rispetto delle regole di cui sopra. Non c’è lavoro senza salute.

Come si sta muovendo lo Stato secondo lei in questa vicenda?
Secondo me lo Stato non si sta muovendo. Anche gli enti locali, a partire dalla Regione Puglia, non hanno fatto tutto quel che dovevano. Io rimango convinto che la fabbrica non vada chiusa. È possibile produrre acciaio senza significative conseguenze sulla salute dei tarantini. Ciò fino ad ora non è stato fatto perché si è pensato soltanto a massimizzare i profitti ed è gravissimo che di fronte a questa irresponsabilità etica e imprenditoriale le autorità politiche abbiano chiuso gli occhi.

Alcuni se la sono presa con i magistrati che hanno scoperchiato la questione condannando l’Ilva. Cosa ne pensi?
Penso che ancora una volta – e questa è un’altra costante della storia di questo paese – è stata la Magistratura a intervenire, trovandosi di fatto costretta a svolgere un ruolo che invece è proprio della politica. Condivido in pieno le decisioni dei magistrati tarantini che vanno lodati per il lavoro svolto.

Che rapporto c’è tra inquinamento e malattie?
Guardi, le basti pensare che Dominique Belpomme, il principale oncologo francese, ritiene che circa l’80% delle affezioni tumorali siano dovute alla degradazione ambientale. È un dato eccessivo? Forse sì, ma di certo ha un grado di plausibilità superiore rispetto a certe cifre avventatamente ottimiste fornite da alcuni luminari italiani interessati a soddisfare il proprio narcisismo.

Ci sono delle “bombe inesplose” (tipo Ilva) di cui i media non parlano?
L’Italia è piena di zone devastate dalle industrie. Il caso di Taranto è quello più eclatante, ma non dimenticherei quanto accaduto a Porto Marghera, a Casale Monferrato, a Melilli, a Gela e in vari altri luoghi. Personalmente, non credo che non si debba produrre nulla, né tendo a demonizzare il settore secondario. Tengo però a sottolineare un paio di elementi. Il primo è che il profitto non è e non può essere l’unico motore della società. L’altro è che, grazie alle conoscenze in nostro possesso, oggi si può produrre impiegando razionalmente le risorse ambientali e non alterando il quadro sanitario delle zone ove sono ubicati gli impianti. Prescindere da ciò è sbagliato e dannoso.

Sta lavorando ad un altro progetto editoriale, può darci delle anticipazioni? Ci sono delle novità che potrebbe aggiungere il suo studio al dibattito italiano?
Sto lavorando a una storia del nucleare civile in Italia, da Enrico Fermi a oggi. Credo che questo studio possa mettere in risalto una volta di più il disinteresse della politica italiana nei riguardi dell’ambiente, ma è comunque presto per parlarne.

Cosa pensa del nucleare?
Tutto il male possibile. È una forma di energia che presenta dei costi insostenibili, che espone il territorio a rischi di grande portata e che lascia una forma di inquinamento – quella relativa alle scorie e alla loro radioattività – che dura per migliaia di anni e che nessuno sa come risolvere. Non nego il problema relativo al carattere energivoro del nostro modello di produzione e di vita, ma non lo si risolve certo con il nucleare. Occorre puntare sull’eolico, sul solare e sulla razionalizzazione dei consumi.

Perché i Verdi, con tutte queste battaglie giocate tra salute inquinamento in diverse parti d’Italia  non riescono ad acquistare gradimento nel panorama politico?
Non è una domanda facile. I Grünen tedeschi – ma non solo loro – hanno acquisito una credibilità superiore rispetto ai Verdi italiani. Essi sono nati prima e per ragioni non identiche. È probabile che gli ecologisti di casa nostra, almeno dal punto di vista partitico, non abbiano trovato un gruppo di persone – o semplicemente un leader – capaci di coagulare attorno a esse il consenso necessario. Va però detto anche che si tratta di una situazione comune a tutta la sinistra italiana.

Ma esiste una cultura ambientalista nel nostro Paese?
Non credo si possa dire che in Italia non ci sia una cultura ambientalista, né che la popolazione nel suo insieme non sia sensibile a queste tematiche. Fosse vero il contrario, non avremmo la forte opposizione a opere come la Tav e il ponte sullo Stretto di Messina, solo per citare le più celebri. E sono convinto che i partiti di sinistra scontino un deficit di consenso proprio perché non si impegnano sufficientemente in questo ambito. La sinistra del futuro non diventerà maggioritaria fino a quando non avrà messo al centro del proprio programma i temi ambientali.

Da poco è stato realizzato anche un docu-film, dal regista ternano Andrea Sbaretti, che prende spunto dal libro di Saverio Luzzi. (http://www.andreasbarretti.it/iorifletto.htm

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