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a cui tutti dobbiamo qualcosa

Pierluigi Vigna, il magistrato
a cui tutti dobbiamo qualcosa

 

La prima volta l’ho incontrato a Firenze, a casa sua. Mi stavo occupando di mafia cinese, di Triadi, di clandestini che dopo aver attraversato mezza Asia, approdavano in Italia, e venivano impiegati clandestinamente in ristoranti e laboratori di pellame, due o tre anni di quasi schiavitù per pagarsi il “viaggio” e poi tornarsene finalmente liberi. Firenze, Prato e dintorni era una tappa obbligata per il lavoro che dovevo fare, e lui, Pierluigi Vigna accettò di spiegare e raccontare quello che poteva dire, a inchieste ancora aperte.

Poi ci sono state altre occasioni: come le inchieste sugli attentati mafiosi-terroristici dell’estate del 1993 a Firenze, Milano e Roma,o sulla mafia russa, quella Organizatsya i cui tentacoli cominciavano a giungere anche in Toscana; o quando il mafioso Gaspare Mutolo decide di saltare il fosso, di “collaborare”, e parla e si confida proprio con lui, Vigna; e ancora: le inchieste sul terrorismo neo-fascista, e quello delle Brigate Rosse, la cattura di Barbara Balzarani; o quella volta che la carovana dei giornalisti si ritrovò a Palma di Majorca: perché il neo-fascista Gianni Nardi, meglio noto come il “bombardiere nero”, era andato a morire là, morto in un incidente stradale e sepolto nel cimitero di Campos. Il magistrato spagnolo non si decideva a dire ufficialmente che quel corpo era effettivamente di Nardi, la tirava per le lunghe forse lusingato da tutti quei taccuini e quelle telecamere; e Vigna, dopo qualche giorno, da Firenze, troncò quel “giochino”, rivelando che sì, si trattava di Nardi…

Battuta pronta e a volte anche acre, toscano fino al midollo, brillante, l’inseparabile sigaro toscano, appassionato di caccia e di partite a scopone, apparentemente scanzonato e tuttavia rigoroso, di giorno il lavoro di magistrato, la notte ore e ore dedicate allo studio e alla lettura…”Controcorrente”, anche: non nascondeva, per esempio, di essere favorevole alla separazione delle carriere del giudice e del pubblico ministero; e teorizzava che un giudice, un magistrato non dovesse mai far politica, anche se aveva deposto la toga ed era in pensione.

Credo si possa dire che Vigna appartiene a quella generazione di magistrati cui questo paese deve qualcosa. Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso racconta di aver cominciato a stimare Vigna quando, dopo aver appreso che Giovanni Falcone aveva presentato la domanda per la sua “creatura”, la procura antimafia appena istituita, gli telefonò per comunicargli che avrebbe ritirato la sua: “Perché nessuno meglio di te, Giovanni, può ricoprire questa funzione”. E l’aneddoto descrive come meglio non si potrebbe il personaggio.

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