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Caso Sallusti: qui Voltaire non c’entra proprio per nulla

 

No, non siamo tutti Sallusti, per fortuna. Io non lo sono e me ne vanto; né mai vorrò esserlo. Anch’io farò di tutto perché la norma legislativa cambi, perché il Direttore non vada in carcere, nella profonda convinzione che una democrazia non debba incarcerare i giornalisti che fanno il loro mestiere con correttezza.

Ma la domanda che pongo subito dopo e che pongo ad Ordine e Federazione: chi di noi, chi di voi, scriverebbe qualcosa di simile a quella vergogna che è comparsa su “Libero” cinque anni fa? Vergogna non per moralismo, vergogna per violazione dei diritti più elementari di due genitori, di un giudice, di un medico che certo non si sono divertiti a disporre ed eseguire un aborto su una tredicenne. Genitori, giudice e medico per i quali lo straordinario articolista che io dovrei chiamare “collega” chiedeva la pena di morte.

Sarà stata anche una provocazione; ma perché non si pensa a come quelle parole potrebbero essere state interpretate e distorte da qualche esaltato e invasato “difensore della vita”. Perché chi è padrone della parola e del mezzo per diffonderla la usa come un’arma impropria contro chi non ha lo stesso potere? E’ questo il modo corretto di utilizzare questa professione?

Quel che mi preoccupa è che mentre siamo insorti come un sol uomo in difesa di un rappresentante – peraltro importante – della categoria, non ci siamo posti il problema di chi è stato offeso, vilipeso, denigrato.

Perché non cominciamo a discutere dei danni che causiamo alle vittime di questo modo di usare la penna? Non credete che anche noi corriamo il rischio, come è avvenuto in modo silenzioso e subdolo negli ultimi due decenni, che mentre vengono cambiate le leggi per ridurre le responsabilità di chi commette i reati, ci si disinteressa della sorte di chi i reati li subisce?

Prendiamo lo spunto dal caso Sallusti per ridiscutere finalità della nostra professione. Lo spunto per la riflessione me l’ha dato mia figlia, 23enne, che con una semplicità disarmante mi ha messo sotto il naso il suo ipad e mi ha chiesto “Ma l’hai letto? Tu davvero puoi e vuoi difendere un pezzo così?”

Aveva ragione lei. Quel pezzo non l’avevo letto e avevo cominciato una battaglia astratta, di principio. Ora che l’ho letto credo che noi abbiamo una grande responsabilità e che questa non possa essere delegata ancora una volta a legislatori o a giudici. E’ un nostro dovere morale, un nostro codice deontologico che non può continuare ad essere carta straccia. Si può essere voltairiani quando i soggetti in gioco hanno armi pari; ma quando lo squilibrio è delle dimensioni di questo caso è difficile sostenere che io mi batterò comunque per difendere il tuo parere, contrario al mio. Che Sallusti non vada in galera, che la legge venga modificata, ma per favore, una volta per tutte cominciamo a chiederci che lavoro facciamo, senza fare gli struzzi.

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