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Non ci si può rassegnare a vivere nel Paese dei misteri

 

Fa male sentire Luciana Alpi: “Sono schifata – fatemi dire questa brutta parola – perché in questo Paese la giustizia non esiste”. Il tempo che è passato dall’uccisione di sua figlia e di Miran noi lo contiamo in anni: 18 ne sono passati da quel 20 marzo del ’94 a Mogadiscio, e 18 sono le edizioni del Premio che da giovedì 6 a domenica 9 settembre Riccione ospiterà di nuovo.

Lei lo conta in anni, mesi, giorni, ore. Ed ora ha perso, sembra aver perso ogni speranza che si possa arrivare alla verità. Però fa bene sentirla: perché l’amarezza che, anno dopo anno, segna sempre di più il suo volto e le sue parole, è una lezione civile ineguagliabile. Insegna che non ci si può rassegnare a vivere nel Paese dei misteri. Per lei, certo: perché una donna che chiede soltanto di sapere chi e perché, prima di potersene andare senza pace, merita almeno un pietoso sollievo, quello che non ha potuto avere il marito Giorgio, scomparso due anni fa. Ma la rassegnazione è inaccettabile anche per noi, per la tenuta della nostra stessa democrazia: perché la corrode alle radici questa sequenza infinita di omissis, di segreti, di deviazioni, che segna il passato e il presente. Della trattativa Stato-mafia di 20 anni fa non si può ancora sapere. Di Ilaria e Miran neanche. E nemmeno di Italo Toni e Graziella De Palo, anche loro giornalisti, scomparsi a inizio settembre 32 anni fa in Libano. La catena dei misteri dà un potentissimo alimento alla tanto deprecata “antipolitica”, perché porta inesorabilmente anche una persona della forza morale di Luciana a concludere sconsolata che tutto è “uno schifo”.

E allora grazie anche quest’anno agli organizzatori del Premio, perché la tenacia con la quale chiedono verità per Ilaria e Miran è la stessa con la quale danno visibilità e coraggio al buon giornalismo televisivo. Ce n’è un gran bisogno, anche per contrastare le logiche apparentemente inesorabili dei grandi media. Nei giorni scorsi Lorenzo Cremonesi, inviato di esteri del Corriere, ha scritto parole disilluse e pesanti. Parlava della Siria, ma il comportamento giornalistico descritto è quello di ogni guerra: “Arriva un momento in cui anche il massacro più efferato non fa più notizia. La ripetitività dell’orrore rende difficile continuare a raccontarlo, lo banalizza. Mancano le parole. Gli eccidi, le torture, le fosse comuni, le devastazioni diventano una lunga serie di incubi apparentemente sempre eguali….E’ la banalità del male, il grigiore nauseante delle stragi a ripetizione.” Riccione servirà anche a questo: a ricaricarsi nel vedere in sequenza il lavoro di tanti giornalisti e giornaliste che non vogliono sottomettersi alle “regole” dello spettacolo, convinti che una strage resti una notizia anche se – anzi: tanto più se – è la decima in un mese. E servirà a promuovere il lavoro dei giovani, da quest’anno con uno strumento in più. Riccione ospiterà infatti, in una nuova sezione, anche il Premio intitolato a Roberto Morrione, e destinato a coloro che stanno provando la via del giornalismo d’inchiesta. Un premio particolare, perché è stato scelto non di ricompensare il lavoro finito, ma di finanziare i progetti di video-inchieste su temi di cronaca nazionale e internazionale: i soldi hanno permesso di tradurre il progetto in prodotto televisivo compiuto. E’ una modalità che a Roberto Morrione, maestro di giornalismo per tanti giovani, sarebbe piaciuta parecchio.

* Presidente Fnsi

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