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Camorra e narcotraffico: la domanda è d’obbligo

 

Non paia esagerato sostenere che Roberto Saviano, scrittore che da tempo si segue con partecipata attenzione è impegnato in un suo interessantissimo percorso, da intendere come “ricerca della verità”, i cui sviluppi possono essere sorprendenti e proficui e occorre essere pronti a saper cogliere le sollecitazioni, le suggestioni, i “suggerimenti” che ne possono venire.

Già in altre occasioni Saviano aveva disseminato nei suoi articoli,
scritti e interventi televisivi dei “grani” preziosi per la nostra
riflessione, contributi utili per la comprensione di fenomeni spesso
oscuri, illuminandone le zone che interessati e consolidati interessi
vorrebbero lasciare in ombra; e la migliore certificazione che si trattava
(e si tratta) di cosa che andava (e va) fatta, è nelle rabbiose polemiche
che quegli articoli, quegli scritti, quegli interventi hanno provocato.

L’altro giorno Saviano, con il suo articolo per “La Repubblica” ha
compiuto un altro “piccolo” passo nella ricerca e individuazione della
verità. E si dirà che in fin dei conti sono poche le novità, che quasi
tutto di quell’articolo è noto, conosciuto. Ed è vero. Ma è proprio per
questo, che l’articolo è importante. Perchè racconta fatti e storie
conosciute, ma relegate nel “sapere” di una ristretta casta di “sacerdoti”,
verità destinate a far polvere nel chiuso di faldoni giudiziari malamente
conservati. Un po’ come è accaduto a “Gomorra”: nulla che non si sapesse, a
patto di spaccarsi gli occhi nella lettura di migliaia di pagine di atti
processuali, di saperne tracciare le connessioni, di percepire da quelle
pagine i “suoni”, i “rumori”, “le occhiate” che le parole scritte spesso in
incomprensibile burocratese giudiziario contenevano. Saviano con “Gomorra”
ha dato vita e respiro a quelle pagine e ci ha resi consapevoli – nessuno
ora potrà dire di non sapere – di una realtà che ci opprime e violenta.

Per tornare all’articolo su “Repubblica”: si racconta della mossa
eclatante assunta dal ministero del Tesoro degli Stati Uniti d’America: che
allarmato dalla penetrazione camorrista…ha comminato sanzioni a cinque
boss del clan dei casalesi, (e questo sarebbe il meno) ma ha vietato a
chiunque di fare affari con loro. Nessuno può introdurre i loro capitali in
America, nessuna banca può accogliere il loro denaro, chi sarà sorpreso a
fare affari finanziari con loro la pagherà cara”.

Al di là dei pratici effetti che una simile misura produrrà (si troveranno,
poco ma sicuro, delle alternative, altri canali e sistemi), è quello che
questa clamorosa iniziativa sottende, che qui importa.

“Se Geithner usa queste parole vuol dire che il pericolo è grave”, osserva
Saviano, aggiungendo pero’ che non si tratta di una novità: “Esattamente un
anno fa il governo di Obama aveva dichiarato guerra alla camorra,
definendola “una delle quattro organizzazioni criminali più pericolose per
l’interesse degli Stati Uniti”, insieme alla Yakuza, ai Los Zetas messicani
e alla mafia russa”.

E come ha fatto la camorra, come hanno fatto i Casalesi a diventare una
spectre del crimine organizzato simile alla mafia giapponese, a quella
russa, ai cartelli dei narcotrafficanti messicani? L’enorme salto di
qualità che ha trasformato “i piccoli boss della provincia campana a
diventare un fantasma così spaventoso per la potente economia di Wall
Street”, è stata l’enorme liquidità di cui dispongono, “immensi proventi
del narcotraffico”.

Cosicché il problema è diventato come riciclare, ripulire, reinvestire
questa enorme massa di denaro: “i soldi non hanno odore, soprattutto per le
banche: la Drug Enforcement Administration ha calcolato che gli istituti di
credito europei e statunitensi lavano tra i 500 e i 1.000 miliardi di
dollari di denaro sporco ogni anno. Dagli anni Novanta ad oggi sono entrati
negli Stati Uniti 5.500 miliardi di dollari provenienti da estorsione,
narcotraffico, traffico di esseri umani e attività criminali. Negli anni
passati banche importanti come Citibank, Hsbc e Wachovia sono state
accusate di fare affari con le organizzazioni criminali. E la neapolitan
mafia, come viene definita oltreoceano la camorra, è diventata una delle
principali protagoniste di questa immensa giostra di denari”.

La conclusione di Saviano è amara (non disfattista): “… i camorristi sono
diventati il nemico degli Stati Uniti. Gli americani lo hanno riconosciuto
come tale e hanno deciso di dichiarare guerra. Nel nostro Paese si
preferisce chiudere gli occhi: fino a poco tempo fa, qualcuno negava
persino che i clan fossero arrivati in Lombardia…”.

“Maronate” a parte, la questione, la carne del problema è nel passaggio che
si è sottolineato: “gli enormi proventi del narcotraffico”. Questa enorme
massa di denaro significa possibilità enorme di corrompere, possibilità
enorme di colpire chi corrompere non si fa. La regola del “follow the
money” va intesa anche come necessità di interrompere questo enorme flusso
di denaro, spezzare la catena che produce questi enormi guadagni. E’
evidente che se la droga procura questi “enormi proventi” che poi tutto
inquinano e corrompono, la prima cosa da fare è impedire che queste enormi
fortune si creino e si consolidino. Saranno passati almeno trent’anni, forse
anche piu’,  quando si presento’ l’occasione di porre una domanda precisa
all’allora capo dell’Interpol Raymond Kendall, una  semplicissima
questione: “Se lei fosse un narco-trafficante, sarebbe favorevole o
contrario alle politiche di proibizionismo in materia di droga?”. La
risposta, confidenziale, di Kendall è facilmente intuibile. E’ la stessa
domanda che ci pone oggi Saviano con il suo prezioso articolo su
“Repubblica”.

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