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Rai: se si riaccendono i motori

 

Sono trascorsi esattamente due mesi e otto giorni da quando lo scorso 4 maggio è scaduto il vertice della Rai. La volta precedente di mesi, prima del rinnovo, ne passarono ben nove. Basterebbe ricordare questo per dire che la legge Gasparri non funziona, perché i tempi di un’azienda che deve stare sul mercato non possono essere quelli della politica e degli umori dei partiti. Se poi ci riferiamo a un’azienda come quella di viale Mazzini che sta attraversando una delicatissima crisi d’identità, di prodotto e di conto economico non vi è dubbio che tutti coloro che impediranno alla macchina di rimettersi in moto e a chi è stato chiamato alla guida di poter prendere decisioni tempestive ed adeguate, si assumeranno una gravissima responsabilità.
Del resto per sostenere che la legge Gasparri più che il governo dell’azienda garantisce soltanto tecniche paralizzanti e funzionali allo strapotere e agli interessi dei partiti (di cui almeno uno nel nostro caso vive in un rapporto simbiotico con l’azienda concorrente) è sufficiente fare un bilancio a sette anni dalla sua prima attuazione. Dal 25 maggio del 2005 a oggi si sono succeduti, ad esempio, quattro direttori generali con una permanenza media di 21 mesi, cinque direttori del Tg1 (Mimun, Riotta, Giubilo ad interim, Minzolini, Maccari) e cinque direttori di Rai2 (Marano, Ferrario, di nuovo Marano, Lioffredi, D’Alessandro) con una vita media di circa 17 mesi ciascuno.
Il fatto che la Rai sia sopravvissuta a una tale provvisorietà di guida è dovuto probabilmente solo a un miracolo ma non alla Gasparri. Quando Monti ha cominciato a studiare il dossier Rai ha capito subito che per far uscire viale Mazzini dalle sabbie mobili, dove prima o poi il Cavallo morente di Francesco Messina sarebbe sprofondato inesorabilmente, era necessario riformare innanzi tutto la governance: in tutte le aziende di questo mondo c’è sempre stato un capo azienda che decide e non una confusa dispersione di poteri e competenze che, destinati a infrangersi in puntuali veti e controveti, generano non efficienza ma paralisi ricorrenti.
Dopo aver verificato che non vi sarebbero stati i numeri in parlamento per una modifica legislativa ha agito da azionista responsabile, soprattutto da azionista pubblico, che è tenuto a salvaguardare il patrimonio e difendere gli interessi di un gruppo industriale finanziato con i soldi dei cittadini e ha trovato la soluzione nello statuto, che consente, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’attribuzione al presidente della società di deleghe e di maggiori poteri. Non è l’optimum perché una nuova legge sarebbe stata la scelta migliore, ma sicuramente è stata l’unica soluzione per una, seppur minima, riforma della governance realizzabile nell’attuale situazione politica sperando che possa essere sufficiente per restituire al servizio pubblico radiotelevisivo la bussola perduta negli ultimi anni.
Trovo francamente incomprensibili e sorprendenti le critiche sollevate dagli esponenti del centrodestra che, bollando come illegittima o addirittura incostituzionale la strada individuata, minacciano di bocciare oggi in commissione di vigilanza la designazione a presidente della dottoressa Tarantola, alla quale dovranno essere delegati i nuovi poteri (approvazione su proposta del direttore generale dei contratti sino a dieci milioni di euro e delle nomine non editoriali). Siamo di fronte ad un classico caso di smemoratezza che gli psicologi potrebbero anche definire come sdoppiamento della personalità.
È lo statuto, infatti, che consente l’attribuzione di quelle deleghe, peraltro soltanto al presidente (articolo 26.1: «Il consiglio di amministrazione, fatte salve le attribuzioni spettanti per legge al direttore generale, può delegare proprie attribuzioni al solo presidente, determinandone in concreto il contenuto ed il compenso ai sensi dell’articolo 2389, comma 3, del codice civile. Non sono delegabili le materie elencate nell’ar ticolo 2381, comma 4, del codice civile»).
Quell’articolo rappresenta una delle principali modifiche approvate nel 2011 e sapete da chi? Prima all’unanimità dal consiglio di amministrazione allora in carica, dove sedevano due dei consiglieri confermati che oggi si dichiarano irremovibilmente contrari; poi dall’azionista, che era il ministro dell’economia Giulio Tremonti; il 2 febbraio fu la Commissione di vigilanza ad approvare, sempre all’unanimità, le modifiche ed, infine, toccò al ministro dello Sviluppo economico, l’onorevole Paolo Romani, l’onore della firma, il 10 maggio dello scorso anno, sul decreto di promulgazione.
Ecco perché sono tra quelli che credono che questa sera a palazzo San Macuto i voti al presidente non potranno mancare e che già la prossima settimana con la nomina di un nuovo direttore generale la Rai potrà riaccendere i motori. Le indicazioni di Monti quella verifica parlamentare che qualcuno chiede con insistenza, infatti, l’hanno già avuta dalla stessa Vigilanza che ha condiviso, senza sollevare alcun problema di illegittimità, la delegabilità al presidente di determinati poteri del consiglio. Per non tacere che d’accordo con Monti è persino Piersilvio Berlusconi che la settimana scorsa ha definito la situazione in Rai «paradossale» aggiungendo che per rilanciare la tv pubblica «ci vuole qualcuno che decida». Davvero impossibile dargli torto.

* Pubblicato su Europa Quotidiano

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