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La riforma possibile

 

Dopo la polvere abbondante sollevata sui mass media da un ex presidente del Consiglio come Silvio Berlusconi che, per quasi vent’anni (dal 1994) ha di fatto dominato l’Italia, formando quattro diversi governi e arrivando – nell’aprile 2008 – a conquistare con larghezza la maggioranza parlamentare alla Camera e al Senato che ha poi letteralmente dilapidato nei primi tre anni di questa legislatura, si incominciano finalmente a intravvedere i tratti reali di questo ultimo scorcio di legislatura.

Un leader populista (mai definizione fu più azzeccata) ha tutto l’interesse a compattare la propria eterogenea maggioranza che versa in una crisi molto grave, come hanno dimostrato oggettivamente i risultati disastrosi delle elezioni amministrative celebrate in diversi momenti e anche meno di un mese fa nell’ultimo biennio.
Come si può spiegare altrimenti il risultato molto diverso, e potremmo dire opposto, tra il confronto politico dell’aprile 2008 e tutte le scadenze referendarie e amministrative del periodo successive, se non con il fatto che gli italiani separano nettamente i problemi della vita quotidiana economica e sociale rispetto allo scontro chi vuole restare fedele a una costituzione democratica tra le più avanzate del mondo occidentale e chi, invece, si schiera con il capitalismo selvaggio dei nostri tempi.
Vale a dire, non dà nessuna importanza ai valori dell’uguaglianza e delle libertà civili dei cittadini e non crede più alla possibilità di riforme incisive e tali da colmare la distanza tra la società politica e quella civile, oggi diventata quasi abissale.
Il significato del voto più recente è ormai chiaro per la maggior parte degli osservatori stranieri e italiani: la galassia Pdl-Lega è esplosa con la rottura della vecchia alleanza e la crisi personali dei due leader Berlusconi e Bossi, un voto di protesta con elementi di qualunquismo e populismo innegabili si è espresso nel movimento di Grillo che ha avuto risultati difficilmente prevedibili qualche mese fa.
Nel centro-sinistra l’unico partito che ha perduto voti ma ha resistito agli attacchi dell’opinione pubblica più avanzata e della destra finanziaria e imprenditoriale è stato il Partito democratico che rischia tuttavia di non raccogliere i frutti migliori, se non sarà unito e intransigente sull’obbiettivo di una legge elettorale a prova di conflitti di interesse e di una coalizione che escluda i populismi (molti forti ancora in Italia) e scelga i candidati del futuro parlamento sulla base delle tre caratteristiche indicate dalla Costituzione: onestà personale, merito individuale e competenza sulle materie legislative da analizzare.
Ma per raggiungere un simile obbiettivo dovrà introdurre nella vita politica italiana elementi ancora scarsamente presenti: i metodi democratici nelle scelte politiche fondamentali, il rinnovo complessivo di una classe politica finora troppo immobile e logorata dai rapporti a volta troppo stretti con un avversario politico ormai definitivamente screditato una concezione chiara di un bipolarismo corretto. Cioè caratterizzato da un impianto proporzionale abolendo l’attuale premio di maggioranza e sostituendo le liste bloccate dei nominati con i collegi previsti dalla vecchia legge Mattarella (visto che il tempo per cambiare i collegi, come è stato già osservato, non c’è rispetto alle prossime elezioni politiche).
Un simile meccanismo, ha notato il 27 maggio scorso, sull’Unità il prof. Stefano Passigli, consentirebbe di “recuperare i migliori perdenti nei colleghi con un implicito premio di maggioranza per il maggior partito al quale,come in ogni sistema parlamentare,verrebbe affidato il compito di guidare la formazione di una maggioranza.
I problemi per il paese sono stati individuati con chiarezza: sono un governo efficace della crisi economica, il recupero di una coesione sociale che è in grave pericolo, una nuova fase costituente alla quale possano partecipare tutte le forze politiche emerse nella competizione politica generale. Insomma non un astratto semipresidenzialismo che piace soltanto a una destra populista affamata di rivincita e di volontà recupero del leader Berlusconi, ma una repubblica parlamentare rinnovata sia sul piano della qualità della classe politica che dei meccanismi elettorali e istituzionali.
Da questo punto di vista, l’alleanza con gli altri piccoli partiti della sinistra (IDV e SEL) è auspicabile ma in queste due forze si sono affermati leader populisti che applicano metodi dispotici e antidemocratici all’interno dei loro partiti. Questo aspetto non può esser accettato da un partito come il PD che con il populismo non vuole avere nulla a che fare e che va direttamente anche e soprattutto incontro alle donne e agli uomini di buona volontà non legati a singoli partiti.
Un cammino lungo ma non impossibile e urgente ormai di fronte al degrado che ha caratterizzato l’ultimo ventennio nel nostro Paese.

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