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Se la sentenza è “accomodata”

 

C’è una controversia su tasse e tributi? Decide la commissione tributaria. Una sua sentenza può voler dire dover pagare o non dover pagare il bollettino della tassa rifiuti di poche decine d’euro. Ma anche pagare o non dover pagare sanzioni amministrative milionarie comminate dalla Guardia di Finanza dopo un accertamento. Che succede se quell’organo giurisdizionale anziché decidere per il meglio si fa influenzare dalle stesse persone che dovrebbe giudicare, magari sotto richiesta di denaro? È la domanda che aleggia nelle 1.200 pagine del romanzo criminale ed economico che a Napoli ha portato all’emissione di 60 misure cautelari (22 arresti in carcere, 25 persone ai domiciliari, 13 divieti di dimora). Nel mirino c’è proprio la commissione tributaria partenopea: 16 arrestati svolgono infatti la funzione di giudici tributari. Con loro sono coinvolti funzionari delle commissioni tributarie provinciale e regionale, dell’Ufficio del Garante del Contribuente della Campania, dell’Agenzia delle Entrate. Poi commercialisti, un docente universitario e personaggi ritenuti esponenti del clan camorristico Fabbrocino, egemone nell’area Vesuviana e nel Nolano.

L’inchiesta.

Perché il maxi-blitz e l’altrettanto maxi sequestro di beni, pari ad un miliardo di euro?  Scrive il gip Alberto Capuano nella sua ordinanza: «Fiumi di inchiostro; verifiche fiscali e indagini penali; ore di lavoro; disamina incrociata di dati, fatti e documenti; sentenze della Corte di Giustizia e della Corte Costituzionale, oltre che della Cassazione: tutto spazzato via dal semplice, sistematico e  imbarazzante mercimonio organizzato dell’attività giudiziaria. E danni incalcolabili all’Erario (considerata la spaventosa ripetitività e diffusione dei comportamenti illegali, coinvolgenti anche numerosissimi altri professionisti, giudici e contribuenti)». I reati contestati vanno dal concorso esterno in associazione camorristica alla corruzione in atti giudiziari, dal riciclaggio al falso. L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho e dai pubblici ministeri Francesco Curcio, Alessandro Milita e Ida Teresi è concentrata sulle attività degli imprenditori Ragosta, dinastia imprenditoriale che secondo l’accusa avrebbe reimpiegato denaro del clan Fabbrocino e sull’accomodamento di svariate sentenze tributarie.

Dinastia Ragosta e la teoria della “striscia di Gaza”

Sono necessarie molte pagine dell’ordinanza della procura partenopea per descrivere e quantificare l’impero finanziario del Gruppo Ragosta, i cui vertici a partire dal capo, Fedele Ragosta, sono stati decimati dagli arresti. Si tratta d’un network di aziende che operano in quattro mercati: siderurgico, immobiliare, alberghiero ed alimentare, il cui fatturato aggregato si «attesta sui 200 milioni di euro, con un livello di occupazione, diretta e indiretta, prossimo alle 1.000 unità».  L’accusa ai Ragosta parte sulla testimonianza di un pentito, Michele Auriemma originario delle zone vesuviane (nato ad Ottaviano, il paese di Raffaele Cutolo), dopo una lunga militanza prima nella Nco, la Nuova camorra organizzata e poi nei gruppi di ex cutoliani operanti nei comuni alle falde del vulcano (coordinandosi con il clan Fabbrocino)  Auriemma nel 2008 si è pentito. E ha iniziato a parlare. Le sue dichiarazioni «hanno ampiamente superato il vaglio relativo alla loro attendibilità» dice il gip. Il pentito rivela di conoscere i fratelli Ragosta, arrestati in quest’inchiesta, «come figli di Peppe Ragosta (ammazzato in un agguato ndr.)  persona già legata a Raffaele Cutolo […]  Ho saputo che i figli di Peppe Ragosta si erano legati al gruppo di Fabbrocino e in particolare a Francuccio Ambrosio, detto “o scoccatore”. Ho saputo, in particolare, che i Ragosta gestiscono i soldi di Franco Ambrosio».  Ambrosio era il numero 2 dei Fabbrocino. Secondo il pentito i soldi del clan attraverso Ambrosio andavano ai Ragosta che li impiegavano «in attività economiche e finanziarie».  Pasquale Galasso, storico camorrista poi determinante collaboratore di giustizia, già uomo  della Nuova Famiglia di Carmine Alfieri, nemici giurati di Cutolo, nel 2009 spiega perché chiunque operasse in una determinata zona alle falde del Vesuvio non poteva prescindere dal chiedere appoggio ai Fabbrocino. È la cosiddetta “teoria della Striscia di Gaza”: «A Mario Fabbrocino fu affidata la striscia di comuni vesuviani composta da San Giuseppe Vesuviano. Ottaviano, San Gennaro e Palma Campania. Io questa striscia di territorio la chiamavo la “striscia di Gaza” nel senso che era una zona in cui era stato confinato il Fabbrocino nella quale la faceva da padrone e dalla quale non poteva espandersi anche se di tanto in tanto faceva un tentativo di “espatrio”, presto abortito. Dunque, se qualcuno degli imprenditori cercava un referente camorrista in quella zona poteva rivolgersi solo a Mario Fabbrocino».  Nel corso degli anni i Ragosta costruiscono un vero e proprio impero con interessi diversificati. Sono partiti dalla rottamazione. Uno stabilimento a Palma Campania «uno dei più grandi della regione, tanto che normalmente – spiega un pentito – funziona di notte perché altrimenti, di giorno, assorbendo molta energia potrebbe creare dei black-out in zona».   E poi il cambio di passo, il salto di qualità: acquistano Acciaierie del Sud , ma anche di alberghi a Taormina e a Vietri sul Mare, un palazzo storico a Roma e perfino il famoso biscottificio Lazzaroni.  I magistrati arrivano ai tre fratelli Ragosta seguendo il flusso di denaro. Nell’ordinanza si legge: «I tre fratelli Ragosta e le loro consorti, non avevano redditi personali tali da giustificare la imponente ascesa economico-imprenditoriale di cui si è dato conto, non di meno, potrebbe obbiettarsi, che le loro società ed imprese fossero produttive di un tale reddito, di un reddito cioè che potesse dare adeguata e ragionevole spiegazione del vero proprio boom di investimenti avvenuti nel periodo 2000-2001  (periodo in cui, fra l’altro, si realizzava  l’acquisto delle Acciaierie del Sud). Ed invece da una analisi svolta dalla Guardia di Finanza, risultava che le imprese dei Ragosta erano ben lontane dal produrre redditi idonei a fornire siffatta giustificazione».  Per dirla alla Nanni Moretti in “Il caimano”: da dove vengono tutti questi soldi? Come è stata dunque possibile quest’escalation imprenditoriale?  Incrocio di dati bancari fra Liechtenstein, Belgio e Lussemburgo, intercettazioni telefoniche e ambientali, verifiche delle fiamme gialle.

Sentenze pilotate

Il romanzo criminale della Procura di Napoli è su più piani, con più capitoli. Una timeline lunga decenni. La seconda parte dell’atto d’accusa risponde ad una domanda: questi soldi da dove sono usciti? E che c’entrano i Ragosta con una indagine sulle sentenze tributarie “accomodate”?  Nel 2008 il Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Napoli avvia 27 verifiche e controlli fiscali nei confronti di altrettante società riconducibili a gruppo Ragosta. «Le verifiche si concludono con vari rilievi sia in tema di omesso pagamento dell’Iva sia circa lì evasione delle imposte indirette». Soldi, tanti soldi da pagare allo Stato. A meno che la commissione tributaria non decida diversamente. Nel mirino c’è Annamaria D’Ambrosio, giudice tributario presso la commissione tributaria provinciale di Napoli e commercialista dei Ragosta, definita «promotrice, organizzatrice e capo del sodalizio, con potere di programmazione degli obiettivi» insieme ad alcuni suoi collaboratori.  Lo spiega chiaramente l’ordinanza: «Emergeva la sussistenza di un vero e proprio “sistema” di condizionamento dell’esercizio della funzione giudiziaria a fini illeciti, fondato sullo scambio, presente o futuro, di favori (rappresentati dalle sentenze favorevoli, spesso a loro volta strumento per ottenere altre utilità)».  E ancora: «È emersa una complessiva gestione dell’ufficio caratterizzata dalla ripetuta strumentalizzazione volta a ottenere denaro o altre utilità (stipula di contratti di vario tipo; scambio vicendevole di sentenze favorevoli; potere di controllo sulle decisioni tributarie che i commercialisti/giudici potevano poi far valere nei rapporti con la propria clientela, al fine di acquisire credito e potere di negoziazione per pretendere compensi elevati, etc..) attraverso la sistematica violazione delle regole procedimentali e processuali».   Il giro, si scopre, è più grande. C’è un sistema che prevede il compenso non solo sotto forma di denaro. Non a caso si parla di «mercimonio». Il passaggio tra gli affiliati ad un clan di camorra e giudici, professionisti e docenti universitari è secondo l’accusa nello scambio di favori. Molti di quegli stessi giudici finiti nei guai erano anche consulenti d’azienda e, secondo l’accusa, si scambiavano favori con i componenti delle commissioni tributarie. La tecnica dell’una mano lava l’altra. E quando si va a fondo, c’è qualcuno che tenta di fermare. Lo racconta il colonnello Mendella, Comandante del primo Gruppo Tutela Entrate del Nucleo P.T. di Napoli. L’ufficiale  racconta ai magistrati che  che il generale Barbato (non indagato) lo avvicina mentre sta andando al bar del Comando regionale, e alla presenza di altri ufficiali lo apostrofa duramente: «Mendella, guardami bene negli occhi! Ma che state combinando? Vedi quello che devi fare per quelle verifiche, sistema le carte!». Il riferimento è al caso Ragosta: «Vedi quello che devi fare  – dice il generale al colonnello – sono 8 mesi che le verifiche sono aperte, metti 15 pattuglie a lavorare…».

Papà Saviano

Un’ultima vicenda, minimale rispetto alla portata della storia, viene alla luce solo a causa del cognome dell’interessato: Saviano. Si parla del papà dello scrittore anticamorra Roberto Saviano.  L’uomo sarebbe – il condizionale è d’obbligo – stato segnalato, in relazione a un ricorso, da uno dei giudici tributari arrestati.  A pagina 637 dell’ordinanza emessa dal gip Alberto Capuano è scritto che «a tal proprosito, si può notare che accanto al nome di Saviano (e Colella), il Giudice Corrado Rossi ha trascritto nei suddetti appunti, alla voce ricorsi, la somma di euro 6.000╣. In particolare, nell’intercettazione si sente la segretaria dire a un uomo «ah Roberto, gli volevo dire che ho il fascicolo del padre di Roberto Saviano» e l’uomo rispondere: «È raccomandato da Corrado Rossi! Perché il padre di Roberto Saviano vive, anche Roberto Saviano è originario di Frattamaggiore, il padre di Roberto Saviano è un medico di base, ha fatto le combine con i centri medici, le radiologie e mo ha il fascicolo da me e poi Corrado Rossi mi ha raccontato tutta la storia. I genitori di Roberto Saviano si sono separati e il padre.. è mezzo imbroglioncello».

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