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Vent’anni dopo

 

“E’ lo champagne che stona” scrive Saverio Lodato,  nell’introduzione al suo libro su “Quarant’anni di mafia”… (BUR Rizzoli,  Milano, in uscita in questi giorni),  parlando non solo di quel mondo politico “che la mette (la mafia, n.d.r.) al riparo dalla sconfitta definitiva”  ma del volto appariscente  e televisivo dell’”onorevole consorteria malavitosa, pacchiana e ridanciana”.
La mafia del 2000: quella che continua a fare affari e crimini nello stile di 40 anni fa,  ma con quel codazzo di complicità che danno tanto l’aria di essere ‘impunità’,  termine perfetto anche se romanesco. Impunita perché non ha paura di mettere davanti allo specchio delle Tv il suo volto volgare facendosene addirittura vanto. Impunita perché non è mai veramente punita nella sua vena malvagia che ruba ricchezze alla maggioranza degli italiani,  usando risorse  a proprio uso e consumo.

“ A stonare sono i vassoi di cannoli, le coppole che vorrebbero essere sarcastiche, i baci a scena aperta, le pacche sulle spalle,  gli ‘evviva’ ed i ‘bravo’ al miracolato di turno” scrive con una dose di amarezza Saverio Lodato,  riferendosi a quelle scene in tv che vede indagati assolti o prescritti (o addirittura condannati a pene minori di quanto temessero di avere) che ridono in faccia a chi invece lavora e paga le tasse,  infischiandosene dell’effetto boomerang internazionale di quelle immagini televisive che fanno il giro del mondo.  Perché in questo libro che ripercorre  quarant’anni di mafia,  Lodato giunge ad una amara conclusione: la strada verso l’abisso continua,  invece della fine della mafia ci si avvia ,  nella migliore delle ipotesi,  ad una lotta che “non finirà presto. Se mai finirà”.

Come interpretare altrimenti,  questo altalenante gioco di vittorie e silenzi contro i criminali mafiosi,  legati all’altalena politica delle emergenze? si chiede l’autore del libro che ha visto e vissuto da vicino,  come cronista palermitano,  le vicende dell’appassionante metodo di lavoro del pool antimafia di Falcone e Borsellino,  quando gli uffici erano invasi dal fumo delle sigarette e dalle pile di carta e faldoni,  quando non esistevano ancora i computer o i telefoni cellulari,  quando il rigoroso lavoro dei magistrati  portò al maxi processo di Palermo con la confessione di Buscetta,

La domanda è più che legittima: la risposta si può trovare nelle 892 pagine del libro,  ma soprattutto in quel filo nero “che dagli anni Settanta” conduce ai giorni nostri.  Per dire,  scavando tra fatti e storie  ricostruite da cronista e da storico,  che la lotta alla mafia in Italia è “un’esperienza molto giovane che è invecchiata molto presto”. Non a caso però questa frase,  di Lodato,  è tratta da un  quaderno di Libera dedicato nel 2008 al giornalismo ed alle mafie ( e coordinato dal mai abbastanza compianto Roberto Morrione). Perché racchiude in sè la speranza di un riscatto sempre possibile e già praticato,  da Libera e da tutti i ragazzi ed i meno giovani che vi appartengono,  unita ad un disincantato sguardo sull’esperienza politico-giudiziaria della lotta alla Mafia di questi giorni.
“E’ la politica che tiene in vita la mafia. E’ la politica che la coccola e la tiene all’ingrasso. E’ la politica che le dà ossigeno”,  scrive con chiarezza e senza mezzi termini Saverio Lodato. Da giornalista che continua a guardare questo mondo,  a parlarne ed a scriverne. Perché in Italia la lotta a questa criminalità organizzata si può anche fare,  ma alla maniera manzoniana: “adelante Pedro, con juicio”,  avanti  ma con giudizio,  senza andare oltre un certo limite e guardando bene di non pestare i piedi. Ecco perché anche il concorso esterno in associazione mafiosa è  visto come reato “cui ormai non crede più nessuno” , come ha recentemente detto in Cassazione un Procuratore Generale che invece di fare il mestiere di accusatore ha incredibilmente difeso quell’imputato nei cui confronti doveva,  ai sensi dello Stato che rappresenta,  svolgere il ruolo di ‘esaminatore di prove d’accusa’…
Perché quella ‘zona grigia’ è fatta proprio di persone cui non si possono pestare i piedi più di tanto, perché in fondo,  sono la faccia del potere economico oltre che politico. Quel potere con il quale dialoga anche la mafia, soprattutto in quelle zone dove è tradizionalmente insediata o in quelle regioni di infiltrazione economica più aggressiva e recente.

In questo libro di 40 anni di fatti e di storie si possono trovare molte risposte alle domande sulla mafia che ciascuno si pone: basta andarle a cercare leggendo bene le righe e tra le righe,  facendo le connessioni tra i fatti. Oppure semplicemente leggendo quei fatti come fossero il romanzo,  tristemente attuale  e vero,  non inventato o ricostruito in vitro,  della storia d’Italia. E di un pezzo importante della nostra storia. Nell’anniversario dell’Unità d’Italia può essere utile ripercorrere  questa faccia del nostro passato che si lega al presente. Nell’anniversario poi delle stragi di Palermo di vent’anni fa,   fa bene rileggere queste storie per cercare di capire meglio il prima ed il dopo: sino all’attualità…

Personalmente,  avendo vissuto molte di quelle pagine,  trovo in questo racconto di Saverio Lodato, un grande stimolo a riflettere su quelle date e quelle persone. Ed anche ad andare oltre lo sconsolato rito della ricostruzione: perché in fondo le centomila  giovani e mature persone in marcia a Genova il 17 marzo per  la memoria delle vittime di mafia,  rinnovando l’impegno di continuare la strada della lotta a queste criminalità organizzate,  lasciano comunque una scia di speranza verso il futuro.
Perché,  come diceva Giovanni Falcone,  “la mafia è un fenomeno umano e come tale ha avuto un inizio ed avrà una fine”.
Se poi questa fine arriverà presto o tardi,  dipende da noi .Tutti.

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