Dalla terra di nessuno in Vaticano ai ghetti di fuoco del Sud: viaggio nel cinismo di un Paese con la pancia piena che ha legalizzato l’indifferenza.
Roma / Amendolara – Succede all’improvviso, un giorno qualunque, su quel confine invisibile e aperto che separa lo Stato italiano dalla Città del Vaticano. Cammini in una terra di nessuno dove la maestosità millenaria del Colonnato del Bernini si scontra, ogni notte, con i giacigli di un’umanità dolente che lì alberga. Li guardi, ma per la prima volta li vedi davvero. In quel preciso istante, svanisce una barriera e ti crolla addosso il mondo: vieni travolto da una vergogna personale, intima e bruciante, per aver guardato quel marciapiede per mesi, forse per anni, ignorando chi ci viveva. Ti rendi conto che il tuo sguardo è scivolato su di loro come se fossero parte del paesaggio urbano, elementi di un arredo degradato anziché persone, e non è una scusante che come te le istituzioni, dal semplice operatore ecologico al poliziotto, dal funzionario di partito mal politico, dal cancelliere al giudice, dall’operaio al bracciante, dal laico al religioso, tutti indistintamente se ne siano lavati finora le mani.
È un risveglio della coscienza tanto doloroso quanto necessario. Ma se la vergogna del singolo è l’inizio di una conversione umana, c’è un’altra vergogna, infinitamente più grave, che rimane muta: quella delle istituzioni. Perché da quel marciapiede romano, il pensiero corre inevitabilmente verso le campagne del Mezzogiorno, dove lo Stato ha abdicato al suo ruolo, permettendo a questa e a quella barbarie di diventare sistema.
La piramide dell’invisibilità
Se le persone senza dimora nei centri urbani subiscono l’indifferenza della quotidianità cittadina, i braccianti stranieri che raccolgono i nostri ortaggi vivono una doppia, feroce invisibilità. Sono confinati fisicamente nei ghetti, nelle baraccopoli abusive lontano dai centri abitati, nascosti alla vista dei consumatori volutamente o meno inconsapevoli.
Il parallelo è drammatico: se noi cittadini ignoriamo chi muore di stenti sotto gli occhi nostri e delle autorità a Roma, come possiamo pretendere che lo Stato si ricordi di chi viene sfruttato a due euro l’ora nelle campagne?
La cronaca recente dimostra che questa rimozione collettiva genera mostri. Casi come la strage di Amendolara, dove quattro braccianti sono stati bruciati vivi, bruciati vivi dentro un minivan per aver osato pretendere la paga dovuta, non sono tragiche fatalità. Sono il risultato strutturale di un sistema criminale para-mafioso che riduce l’essere umano a pura merce, o peggio al suo involucro a perdere. Un sistema alimentato dal ricatto del permesso di soggiorno e dalle pressioni di una filiera agroalimentare che, su nostra pressione al ribasso, esige prezzi stracciati a monte, scaricando il costo umano sull’ultimo anello della catena.
Il paradosso delle istituzioni e la terra di nessuno
Qui la vergogna privata si trasforma in atto di accusa pubblico. Come possono due Paesi fondati su principi di solidarietà e pace — l’Italia democratica e il Vaticano — accettare questa terra di nessuno fisica e morale senza prendere provvedimenti risolutivi?
Le istituzioni dovrebbero provare un profondo senso di colpa per il labirinto burocratico e il cortocircuito politico che hanno creato. Da un lato, il Vaticano offre assistenza immediata — docce, mense, presidi medici — ma con un approccio di pelosa carità che tampona l’emergenza senza offrire percorsi di uscita a lungo termine. Dall’altro, lo Stato italiano, e il Comune di Roma Capitale “der monno” alla Venditti, risponde con la logica ipocrita della “sicurezza” e del “decoro urbano”: sgomberi periodici, sanzioni e barriere architettoniche che mimetizzano il problema alla vista della classe media, senza mai intaccare le cause profonde come l’indisponibilità a fornire assistenza, la mancanza di alloggi sociali, e il collasso della sanità territoriale. È la vergogna di uno Stato che preferisce ripulire le strade dai poveri anziché prevenire o curare la povertà.
Eppure, proprio in quella miseria, si consumano lezioni di dignità straordinarie. Come quel diseredato che, sul confine di San Pietro, ho visto privarsi del proprio scarso cibo per offrirlo ai gabbiani, uccelli migranti come lui. Un gesto potentissimo che capovolge la logica della scarsità e dimostra che la solidarietà è una scelta, non una questione di abbondanza. Una provocazione silenziosa a un’Italia che destina risorse immense alla macchina della repressione e del controllo, o ai centi vuoti in Albania invece che a modelli di inclusione strutturali come l’Housing First.
Il fallimento educativo e la cultura del merito distorto
Questo cortocircuito svela anche il fallimento del nostro sistema educativo. La scuola pubblica, che l’Articolo 3 della Costituzione impegna a “rimuovere gli ostacoli” per il pieno sviluppo dell’individuo, ha smesso di insegnare il valore della solidarietà, dell’accoglienza e della memoria storica. Abbiamo dimenticato di essere stati un popolo di colonialisti che hanno molto da farsi perdonare per i danni fatti nei paesi da cui provengono molti di questi disperati, dopo esser stati migranti sfruttati noi stessi.
Il risultato odierno è la normalizzazione nel dibattito pubblico di termini aberranti come la “remigrazione” o il rimpatrio forzato. Concetti un tempo marginali sono diventati senso comune, legittimando una narrazione spietata: la colpevolizzazione della povertà. Chi soffre la strada o lo sfruttamento “merita” la propria condizione per pigrizia o incapacità. È la scusa perfetta per chi passa accanto con la pancia piena, un anestetico per la coscienza del consumatore.
Non dobbiamo ingannarci: la gente che ragiona in questo modo genera politici, governi e istituzioni che operano allo stesso modo, o peggio. Le leggi sul decoro, i tagli al welfare, il disinvestimento negli ispettorati del lavoro non nascono nel vuoto. Sono lo specchio di una società e di una classe politica che hanno barattato la pace sociale e la dignità umana con l’illusione della propria sicurezza.
Finché lo Stato continuerà a girare la testa dall’altra parte, e finché noi cittadini non trasformeremo la nostra vergogna in azione civile, saremo tutti complici di quel fuoco che brucia i diritti degli invisibili. Riconoscerli, nominarli e pretendere che le istituzioni facciano il proprio dovere è l’unico modo per ridare dignità a loro, e per provare a salvare quel che resta della nostra pretesa civiltà.
