Alla vigilia del 25 aprile, mentre l’Italia si prepara a ricordare la sconfitta del nazifascismo e la rinascita democratica del Paese, a Grosseto l’amministrazione guidata dal sindaco Antonfrancesco Vivarelli Colonna inaugura un parco dedicato a Giovanni Gentile. Accade nell’anno dell’81° anniversario della Liberazione, mentre la memoria della Resistenza dovrebbe unire la Repubblica attorno ai suoi valori fondativi.
È una scelta grave. Politicamente grave. Moralmente grave. Culturalmente grave.
Perché Giovanni Gentile non fu una figura genericamente “controversa”, come si usa dire quando si vuole anestetizzare la storia. Fu uno dei principali ideologi del fascismo, il teorico che offrì al regime una veste dottrinaria, il filosofo che piegò il pensiero alla servitù del potere, l’intellettuale che mise prestigio accademico e influenza pubblica al servizio della dittatura.
Fu ministro del fascismo. Fu autore del Manifesto degli intellettuali fascisti. Difese Mussolini dopo il delitto Matteotti, quando già appariva chiaro il volto criminale del regime. Non ruppe mai davvero con quella esperienza. Rimase fedele fino all’ultimo approdo, aderendo alla Repubblica Sociale Italiana, creatura collaborazionista nata sotto occupazione tedesca, appendice armata del nazismo in fuga.
Chi oggi prova a presentarlo soltanto come grande filosofo pratica una mutilazione della verità storica. Gentile scelse. E scelse il fascismo quando altri pagavano il prezzo del carcere, dell’esilio, del confino, della clandestinità, della tortura, della morte.
Per questo dedicargli un parco pubblico, in una città della Toscana democratica, nei giorni che precedono il 25 aprile, assume il valore di un messaggio politico preciso. È la prosecuzione di una linea che a Grosseto aveva già trovato espressione nell’intitolazione di una via a Giorgio Almirante, firmatario del famigerato bando che minacciava la fucilazione dei renitenti e dei partigiani. Una sequenza che disegna una volontà chiara di revisionismo simbolico.
Le targhe parlano. I nomi educano. Gli spazi pubblici raccontano chi siamo e chi vogliamo onorare.
Per questo non si può liquidare la vicenda come pratica amministrativa o esercizio di pluralismo culturale. Qui si colpisce la memoria repubblicana. Qui si normalizzano figure organicamente legate alla dittatura. Qui si tenta di spostare il confine dell’accettabile, rendendo omaggio istituzionale a uomini che servirono un regime liberticida.
Grosseto conosce bene il prezzo del fascismo e della guerra. La Maremma porta ancora i segni delle stragi, delle rappresaglie, delle persecuzioni. Terre attraversate dalla Resistenza, dal sacrificio di donne e uomini che combatterono perché oggi esistessero il voto libero, i diritti costituzionali, la stampa indipendente, la dignità della persona. Intitolare un parco a Gentile in questo contesto significa ferire quella storia. Significa dire ai giovani che tutto si equivale, che i collaboratori del regime e gli oppositori meritano la stessa memoria pubblica, che la dittatura può essere archiviata come semplice parentesi da reinterpretare con serenità accademica. Non è così che vive una democrazia vigile. La democrazia distingue. Ricorda. Assume responsabilità. Sa che la libertà conquistata nel 1945 non cadde dal cielo.
L’ANPI ha parlato di atto fascista. È una denuncia dura, ma proporzionata alla gravità del gesto. Perché quando le istituzioni celebrano chi fu pilastro culturale del fascismo, compiono una scelta che va oltre la toponomastica e investe il senso stesso della Repubblica.
Alla vigilia del 25 aprile, mentre si depongono corone ai caduti della Liberazione, a Grosseto si inaugura un parco a Giovanni Gentile. C’è già tutta l’immagine di un Paese conteso tra memoria e rimozione. Sta a ciascuno decidere da che parte stare. Dalla parte di chi impose il silenzio o dalla parte di chi restituì voce all’Italia.
