In Italia si continua a morire di lavoro, ma troppo spesso queste tragedie ricevono un’attenzione mediatica limitata e temporanea. Solo alcuni episodi particolarmente gravi riescono a conquistare spazio nel dibattito pubblico, mentre molti altri restano confinati a brevi trafiletti. E quando se ne parla, lo si fa prevalentemente attraverso numeri e statistiche. Ma dietro quei numeri ci sono volti, nomi e storie. Sono persone, non numeri.
Quando un lavoratore esce di casa e non vi fa più ritorno, non si spegne soltanto una vita: si frantuma un intero universo affettivo. Restano sedie vuote a tavola, sogni interrotti, figli che cresceranno senza un genitore, partner e genitori costretti a convivere con un’assenza che nessun risarcimento potrà mai colmare. A questo si aggiungono spesso difficoltà economiche e lunghi percorsi giudiziari nella ricerca di verità e giustizia.
Il ruolo dei media è fondamentale nel mantenere viva l’attenzione su queste tragedie e nel dare voce alle vittime e alle loro famiglie. Proprio per questo, il linguaggio utilizzato nel raccontarle può contribuire a rafforzare la consapevolezza collettiva. Espressioni come “morti bianche”, “tragica fatalità” o “doveva succedere”, entrate nel linguaggio comune, rischiano di trasmettere l’idea di eventi inevitabili, attenuando il senso di responsabilità e sminuendo la gravità di queste morti.
La realtà è diversa: nella maggior parte dei casi, gli infortuni mortali sul lavoro sono prevenibili e riconducibili a precise responsabilità. Utilizzare un linguaggio che restituisca dignità alle vittime e alle loro famiglie rappresenta un passo importante verso la costruzione di una cultura della sicurezza e della prevenzione. Continuare a raccontare queste storie mettendo al centro le persone significa contribuire concretamente a un cambiamento culturale necessario e urgente.
Ricordiamolo sempre: dietro ogni numero c’è una persona, un nome e una famiglia che porterà per sempre il peso di quell’assenza.
Dall’ inizio del 2026, i lavoratori di cui ho trovato notizia, che purtroppo non hanno fanno fatto più ritorno a casa, perchè sono morti sul lavoro.
Persone e non numeri:
Antonio Formato operaio di 69 anni, morto per essere caduto da un’altezza di 4 metri.
Pietro Zantonini, vigilante di 55 anni, morto sul lavoro per il freddo causato dalle temperature polari.
Halili Xhevdet operaio di 59 anni, morto schiacciato da una pressa.
Dario Codeluppi perito industriale di 50 anni, è morto dopo oltre 6 anni, per un infortunio sul lavoro avvenuto il 20 Novembre 2019.
Claudio Salamida operaio di 46 anni, morto per essere precipitato dal quinto al quarto piano, durante un controllo alle valvole alla ex Ilva di Taranto.
Erri Talone operaio di 41 anni, morto schiacciato da un trasformatore di 50 quintali.
