Insultare i giudici è diventato normale, ma è un reato (Vilipendio delle Istituzioni, art. 290 c.p.). Iniziò Berlusconi, considerando la Magistratura un partito ostile al suo ingresso in politica. Fu un modo per sondare la reazione delle Istituzioni; ma, vista la mancanza di conseguenze severe, B. accentuò le sue offese ai giudici: toghe rosse, pazzi, golpisti, antropologicamente diversi, associazione a delinquere, barbarie, fino a definirli un cancro da estirpare.
Un concetto che si avvicina molto alla brutale espressione ‘’toglierli di mezzo’’, usata dalla Capo di Gabinetto della Giustizia, Giuseppa Lara Bartolozzi, non a caso ex-deputata in Forza Italia, il partito che con più forza ha voluto il referendum contro la Magistratura. Ma perché non si persegue chi viola l’art. 290 c.p.? La ragione formale è che l’offendere i giudici rientri nella libertà di pensiero; ma, più in profondità, ritengo ci sia un residuo culturale di provincialismo: il ‘’signore’’ (oggi, il miliardario) può dire ciò che vuole. Saremo un Paese civile quando non avremo più ammirazione per la ricchezza in sé, né l’ansia di fare i soldi per essere ammirati.
