Questo testo sicuramente lacunoso e insufficiente è dedicato alla memoria del compagno Felice Besostri di cui, mai come in questo momento,sentiamo acutamente la mancanza.
PREMESSA
Appaiono così evidenti e facili da individuare gli elementi di dubbia costituzionalità presenti nel disegno di legge depositata dalla destra sull’ennesimo cambio della formula elettorale da farci pensare a una semplice “boutade” o a una sorta di arma di “distrazione di massa” per orientare il dibattito in altra direzione decelerando quello – urgente e necessario -riguardante il referendum costituzionale del 22/23 Marzo.
Incongruenze e profili di dubbia costituzionalità che ci esimono dal presentare una analisi dettagliata del testo che pure è già stato analizzato da autorevoli commentatori e da politologi di professione (soglia del premio di maggioranza, liste bloccate, ecc.ecc.).
Purtuttavia l’occasione potrebbe risultare utile, una volta esaurita la vicenda referendaria, per aprire il fronte su questo tema così delicato: un fronte all’interno del quale mobilitare un vero e proprio movimento capace di riunire diversi settori culturali e politici formato non soltanto da addetti ai lavori magari rinchiusi nella loro cittadella dell’autonomia del politico e quindi orientati a disegnare un modello attagliato ai loro desiderata.
LE ORIGINI DELLA FORMULA PROPORZIONALE
In Italia dal 1993 in avanti le modifiche della formula elettorale hanno corrisposto soltanto a obiettivi partigiani.
Degli obiettivi sistemici, invece, bisogna parlare approfonditamente poiché essi non possono che basarsi su una valutazione del tipo di sistema politico (e di regime democratico) che si è sviluppato fino a quel punto, e come questo sistema democratico possa essere modificato.
Prima di individuare gli obiettivi sistemici, cui si dovrebbe cercare di fare riferimento, è decisamente opportuno dare una valutazione complessiva degli apporti che i diversi livelli di rappresentanza, nella versione italiana, hanno fornito al radicamento e al funzionamento della nostra democrazia.
E’ fuor di dubbio che, almeno nel contesto dell’Italia dopo il 1945, come forse in tutte le democrazie di massa, a partecipazione allargata, la rappresentanza proporzionale consentì il radicamento dei regime democratico (Rokkan 1982).
A fronte di una società civile, già debole in partenza e comunque uscita atomizzata dall’esperienza fascista e incapace di darsi un’organizzazione autonoma, e di fronte all’imperativo di creare istituzioni nuove, repubblicane e democratiche, solo i partiti, con le strutture e il seguito che la proporzionale impose loro di creare e di attrarre, potevano garantire quella competizione elettorale di massa caratteristica dei regimi democratici (Pasquino 1985).
Ben diversa avrebbe potuto essere la situazione, e imprevedibili avrebbero potuto essere gli effetti, se fosse stato adottato (senza alcun altro accorgimento) un sistema elettorale di tipo anglosassone: circoscrizioni uninominali, con la vittoria assegnata al candidato che ottiene la maggioranza, anche, e spesso, soltanto relativa dei voti.
Sicuramente avrebbe tenuto ai margini del sistema politico italiano considerevoli quantità di “cittadini”, producendo una mobilitazione selettiva (sotto questo aspetto si possono, ancora oggi, leggere con interesse i saggi di Caciagli – Scaramozzino del 1983).
LA CRISI DI SISTEMA
Per restare al “caso italiano” la crisi di sistema dell’inizio degli anni’90, pose in evidenza la necessità di superare la fase del radicamento della democrazia attraverso i partiti, ponendo all’attenzione del mondo politico nuovi obiettivi sistemici, che furono così indicati: a) sbloccare la democrazia e creare condizioni per un’alternanza mai realizzata, non per difetto del sistema, ma per la presenza di una forza giudicata anti – sistema della consistenza del PCI; b) rinnovare i singoli partiti e trasformarne così lo stesso sistema ad essa intitolato; c) ampliare gli spazi della società civile e rendere autonome le istituzioni dai partiti; d) aumentare il potere dei cittadini.
E’ evidente come questi quattro obiettivi sistemici si “tenessero” tra loro, rafforzandosi ( o indebolendosi) reciprocamente e siano risultati, alla fine, tutti falliti anche attraverso successivi giudizi della Corte Costituzionale che hanno progressivamente messo a nudo le incongruenze della diverse formule che si è tentati di adottare.
Ne è derivato, ed è questo lo scopo di questo schematicissimo testo, la necessità di avviare un’accurata opera di chiarificazione del tipo di obiettivi che si intendono perseguire, allo scopo di aprire spazi effettivamente riformatori. Operazione necessaria e che sicuramente non è contemplata dal ddl presentato ieri
Sembra perpetuarsi una sorta di filosofia della riforma elettorale, che merita di essere catalogata come “minimalista” perchè misurata soltanto sull’obiettivo di conseguire una parziale “governabilità” che oggi, nella crisi delle democrazie liberali sottoposte alle imposizioni della tecnocrazia, rischia di aderire nella sostanza all’idea di fondo della “politica come comando”.
GLI OBIETTIVI DI UNA RIFORMA POSSIBILE
Poco e probabilmente nulla, in materia di riforma elettorale, è accettabile se non fornisce con una qualche credibilità risposte a obiettivi che ci permettiamo di ricordare:
a) la centralità del Parlamento e la rappresentanza in quella sede del complesso di “sensibilità politiche” presenti e attive nella società; b) creazione delle condizioni dell’alternanza e sblocco della democrazia. Senza che necessariamente questo avvenga attraverso una coartazione nella complessità delle scelte effettuate da elettrici ed elettori .Attenzione! In un sistema sano ciò può avvenire anche nel corso del libero gioco parlamentare, senza che necessariamente si debba gridare al “tradimento” o al “ribaltone”. Il centrosinistra italiano del 1963 rappresentò, al di là dei diversi giudizi storici un sicuro avanzamento del nostro processo democratico, e prese l’avvio proprio in Parlamento, tre anni prima, come risposta ai tragici “fatti Tambroni”, in una fase, cioè, in cui pareva proprio che la nostra democrazia tendesse a restringere le proprie basi sociali); c) rinnovamento del sistema politico e delle classi dirigenti, attraverso meccanismi di selezione non necessariamente legati all’esasperata personalizzazione legata a certi tipi di presentazione elettorale, considerati veicolo esaustivo di partecipazione alla politica; d) ampliamento dello spazio della società civile e dell’autonomia delle istituzioni; aumento del potere decisionale dei cittadini (prestando attenzione alla possibilità di intervenire, attraverso i meccanismi della partecipazione e della rappresentanza, sui fatti politici).
Non si capirebbe d’altronde, perché si dovrebbe ingaggiare una battaglia politica su questo argomento se non per ampliare la democrazia dei cittadini, per migliorare il rendimento del sistema politico, per restituire la speranza di cambiamenti di fondo coerenti con le preferenze degli elettori, incisivamente espresse. e non soltanto, come sta avvenendo, per affermare una “supremazia di potere” su di una società considerata ormai irrimediabilmente “atomistica” da sottoporre a “comando”.
L’obiettivo di fondo dovrà essere quello della politica che recupera i criteri della legittimazione sociale, nell’idea di una rappresentanza quale fattore fondamentale dei processi di inclusione.
Un cammino che siamo convinti valga la pena di percorrere, non certo in forma isolata, ma costruendo interesse collettivo, capacità di dibattito, costanza di un’iniziativa tale da produrre effettivi momenti di crescita nella conoscenza, nella consapevolezza, nella realtà di una proposta rivolta verso il futuro.
Per questi motivi, dopo aver già assunto diverse iniziative a proposito, cercheremo di lavorare per organizzare un vero e proprio movimento che faccia della formula elettorale il suo obiettivo politico.
