Trecentomila euro, tutto compreso? (a proposito di fiction civile e di tv dell’inquietudine)

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Non credo di divulgare alcun segreto industriale se racconto un episodio che mi vide coinvolto alcuni anni fa, nella Rai che spero ci stiamo lasciando alle spalle. Essendo da (troppo) tempo inattivo dopo aver realizzato la docufiction storica “L’uomo dell’argine” dedicata alla figura di don primo Mazzolari, precursore della resistenza al fascismo, e vedendo nessuna delle mie nuove proposte veniva accolta, ero stato costretto a rivolgermi al Tribunale del Lavoro di Milano per chiedere che rimediasse alla mia emarginazione dei processi produttivi della fiction obbligandola Raia consentirmi di onorare onestamente e fattivamente il mio stipendio derivante dal canone pagato dai contribuenti. Alcuni mesi dopo, due dirigenti dell’azienda mi proposero di realizzare una docufiction di 100 minuti su Giorgio Ambrosoli (oppure – a mia scelta-  sull’omicidio di Walter Tobagi, o su quelli dei giudici Emilio Alessandrini e Guido Galli) mettendo a disposizione del progetto un budget di 300.000 euro “tutto compreso” (ricerca storica, sceneggiatura, troupe, mezzi tecnici, attori, costumi, veicoli, scenografie e arredi degli anni 70/80…).

Avendo consuetudine con modelli di produzione molto parsimoniosi sapevo che quella cifra era del tutto insufficiente all’impresa perché con essa si sarebbe potuto, al più, mettere un cantiere un real-movie girato con attori presi dalla strada, in set reali, senza alcuna ricostruzione scenografica, senza abiti di scena, con una fotografia scarna, intenzionalmente povera. I budget messo sul tavolo mi parve dunque irriguardoso non per la mia persona ma nei confronti di uomini che per servire lo stato, la società, la verità, la propria coscienza, avevano dato la propria vita lasciano nella costernazione più tragica i propri familiari: tanto più che in quegli stessi anni il servizio pubblico investiva (ma è la parola giusta?) milioni e milioni di euro inseguendo certi personaggi dello starsystem e farne i protagonisti di programmi che dir futili sarebbe un eufemismo, mettendo a disposizione di questi mega show scenografie rutilanti e milionarie per eventi televisivi di discutibile utilità.

Che cosa potevo fare? A malincuore, per rispetto nei confronti di Ambrosoli, Tobagi, Alessandrini, Galli, dovetti segnalare l’inadeguatezza della cifra stanziata e declinare la proposta, spiegando che con quelle briciole non si poteva degnamente celebrare la memoria di figure nei cui confronti avevamo (e tuttora) abbiamo debiti impagabili di riconoscenza. Ecco perché oggi mi rallegro di tutto cuore nell’apprendere che il nuovo presidente Annamaria Tarantola ha annunciato pochi giorni fa chela Raiha messo in cantiere una fiction su Giorgio Ambrosoli: questa volta essa che sarà sicuramente realizzata con budget, autori ed attori, mezzi tecnici adeguati all’importanza della figura e della vicenda che si vuole raccontare. E lo stesso accadrà, ne sono certo, anche con le tante altre figure della nostra più recente (e cruenta) memoria storica nazionale chela Raideciderà di celebrare: ne è garanzia sicura la sensibilità civile del nuovo CdA che esprime figure come Benedetta Tobagi, la quale ha recentemente rilasciato un’impegnativa intervista al nostro sito21 incui richiama il servizio pubblico alle sue irrinunciabili responsabilità anche in questo decisivo settore del “racconto” della nostra storia nazionale.

Ma ora che rileggo le righe che ho scritto qui sopra scopro di aver usato una parola pericolosamente ambigua: “celebrare”. Mi accorgo che questo termine rischia di uccidere una seconda volta Ambrosoli e gli altri “eroi” che non volevano certo esser tali e che, se lo sono divenuti, è stato per aver tenuto fede agli impegni morali presi con se stessi e con la comunità nazionale, non certo per darci l’occasione fare una buona (o strepitosa) audience. No, non possiamo metterci la coscienza in pace con “celebrazioni” di cui quelle figure tragiche e sublimi avrebbero volentieri fatto a meno per risparmiare ai propri figli, ai propri familiari – come ben sa il consigliere Benedetta Tobagi- il dolore inestinguibile di una perdita irrimediabile.

Non possiamo “celebrare” queste figure perché ciò di cui esse andavano in cerca non era la fama ma la verità, in spirito di servizio. Sarebbe un’offesa nei loro confronti pensare di estinguere il nostro debito collettivo assistendo quietamente in poltrona alla rievocazione del loro sacrificio: anche perché i sacrifici sono sempre sgraziati, sporchi, contaminati dalla brutalità del reale (anche l’omicidio dei giusti ha l’odore insostenibile del sangue) che le immagini non possono restituire e che non si può edulcorare nelle atmosfere rassicuranti del melodramma. Lo dico con una certa brutalità: Ambrosoli, Alessandrini, Tobagi, Galli e tutti gli altri, non sono morti per commuoverci e consolarci, tanto meno per rassicurarci mostrandoci che c’è comunque qualcuno disposto a esporsi -per tutti- contro la protervia dei disonesti, dei criminali, dei corrotti.

Che cosa dunque può legittimare la nostra decisione di raccontare le loro storie, farne delle fiction o dei telefilm? Solo la nostra comune volontà di rievocare il loro coraggio civile per metterci a nostra volta davanti alla nostra coscienza (morale, civile) proprio come loro hanno guardato in profondità dentro se stessi. Possiamo accostarci con rispetto alle cronache amare e dolorose delle loro scelte morali solo se il racconto di quegli eventi, invece di risolversi in una glorificazione postuma e inutile, ci obbliga a misuraci con le nostre paure, i nostri calcoli opportunisti, le nostre viltà, i nostri compromessi, la nostra propensione a privilegiare il “particolare” dei nostri interessi di bottega e di famiglia, di carriera e di portafoglio, piuttosto che la nostra responsabilità verso la comunità di cui facciamo parte. Non possiamo insomma mettere in scena, mi si passi l’immagine, delle lapidi audiovisive, perché non possiamo accettare con cinica disinvoltura che i migliori cadano sul campo dell’onesta, del dovere, del diritto, della verità, e che i pavidi, più tardi, si commuovano con lo spettacolo filmato della loro uccisione senza sentire messa in discussione la propria condotta, le proprie scelte morali.

No, questo non è fatto moralismo didascalico: perché se la mafia dilaga anche al nord, se la corruzione ammorba gran parte dei palazzi del potere, se i prepotenti dilapidano le risorse di coloro che stentano a tirare la fine del mese, è anche perché silenzi, complicità, rassegnazione, furbizia, calcolati compromessi appartengono allo stile di vita della nostra nazione. Ma allora, mi domando, quale deve essere il proposito, la stella polare, di chi –usando risorse pubbliche- decide di raccontare le storie dei nostri migliori concittadini, che non volevano diventare eroi ma non si sono sottratti ai propri doveri civili e morali? Che cosa deve prefiggersi una fiction “civile” come quella auspicata dal presidente Tarantola e dal consigliere Tobagi?

La risposta può venirci da Krzysztof Kielsowsky, il grandissimo regista polacco che non ci ha lasciato soltanto dei capolavori ma un precetto morale chiarissimo, inequivocabile, decisivo per chi fa cinema e tv. Il suo programma era realizzare “un cinema e una tv dell’inquietudine morale“. E questo è in effetti il sottile sentimento che ci pervade quando guardiamo i suoi documentari televisivi, il suo monumentale “Decalogo”, i suoi grandi capolavori realizzati per il grande schermo.

Forse è ora che ci chiediamo anche noi, guardando al complesso dei nostri palinsesti televisivi: quanta “inquietudine” (morale, civile) emana dai programmi del servizio pubblico? quante “autentiche” domande suscitano gli spazi informativi, le fiction, i contenitori, i talk show?  non abbiamo l’impressione che talvolta  i talk show politici siano teatrini, che gli infotainement si riducano a inutile chiacchiericcio e i grandi eventi dell’intrattenimento siano troppo indulgenti verso la banalità, la vacuità, l’ostentazione del vuoto?

So per certo che il nuovo direttore di Rai Fiction Tinni Andreatta non è una donna di potere, ma una dirigente attenta ai valori e non solo alla qualità tecnica del prodotto. Mi pare di ricordare bene se dico che negli anni più fervidi della sua formazione professionale lavorò proprio all’Academy, la coraggiosa società cinematografica per la quale curò la distribuzione di alcune delle opere più inquietanti e poetiche di Kieslowsky. Abbiamo ragione di credere che con lei la nostra fiction saprà sempre più lasciarsi permeare da quell’inquietudine per metterci non davanti a “celebrazioni” ma a storie capaci di interpellare la nostra coscienza.

E noi? Non è ora che, come operatori e come utenti, apriamo una discussione pubblica per interrogarci, proprio a partire dalle fiction “civili” su Borsellino, Ambrosoli e sugli altri eroi che non volevano esserlo, che cosa può significare oggi chiedere una tv (e una radio) “civile? Io per parte mia buttò là qualche idea.

Credo che sia civile una tv pubblica capace di suscitare inquietudine e che insieme sia una tv :

– decisa a lavorare per la difesa della memoria storica che definisce la nostra identità nazionale e alla conquista della nostra nuova identità europea facendoci conoscere le culture, le storie, i modelli di vita, i problemi dei nostri concittadini dell’Unione (e invece, anni fa,  ci hanno tolto il pregevole rotocalco “Europa” e perfino i “Giochi senza frontiere”, un programma divertente che almeno ci insegnavano a fare festa e a divertirci insieme ai nostri vicini degli altri paesi europei; così oggi, in questi anni di crisi, a gran parte degli Italiani l’Europa rischia di apparire solo un moloch arcigno che fa sbrigativamente i conti della serva, che vuole smantellare il welfare e mortificare l’autonomia degli stati);

– che aiuti a creare un clima culturale di dialogo e di confronto fra la nostra e le tante culture che 4 milioni di immigrati hanno portato nel nostro paese, così da stimolare nel tessuto vivo della società non solo tolleranza e integrazione economica, ma solidarietà e coesione nel rispetto del pluralismo religioso, culturale, etnico, ecc.;

– che decida si assumere come destinatari non degli spettatori (da vendere agli inserzionisti pubblicitari) ma degli utenti portatori di diritti, il primo dei quali è potersi formare una “consapevolezza critica” di quanto accade oggi nel mondo, quando invece troppe volte in passato li si è considerati solo pubblico da vendere agli inserzionisti pubblicitari ed elettori da manipolare a favore del potente di turno;

– che porti nel piccolo schermo (in forma di fiction, di docufiction, di docudrama, radiodramma, di inchiesta, di talk, ecc.) il racconto degli autentici drammi della nostra società in crisi, rinunciando a stereotipi, ideologie, moralismi, intenti didattici, seguendo  così l’esempio delle grandi emittenti e del grande cinema europei;

– che abolisca la chiacchiera, le ingiurie televisive, i fomentatori di litigi, gli esibizionisti narcisisti, le sceneggiate fra i teatranti della solita politica, le ospitate a pagamento dei vip e finti vip delle scuderie e delle agenzie dello star system, ecc. ecc.

– che dia effettiva libertà d’inchiesta e d’indagine ai suoi giornalisti, mandandoli di persona a vedere cosa accade e perché, rinunciando a un’informazione fatta sola al desk e sulle agenzie,  in modo che TG e GR diano ai cittadini notizie di prima mano e di autentico interesse civile, magari 12 ore prima e non 12 ore dopo i siti dei grandi quotidiani nazionali, ecc. ecc.

Che altro vuol dire fare tv e radio “civili”? Qualcuno vuol intervenire in questa discussione? Non ci sono soli i problemi strutturali, organizzativi e di bilancio della Rai: non meno decisivi sono quelli della sua missione e della sua linea editoriale. E’ cominciato un “nuovo inizio”. Vogliamo approfittarne?


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