Istituire per decreto l’amnesia collettiva è lo sport preferito della classe dirigente che oggi guida l’Italia. Tra una poltrona e un sottosegretariato — con la delega alla Difesa affidata alla figlia Isabella —, la figura di Pino Rauti è stata sottoposta a un’operazione di maquillage senza precedenti. Raccontato dai suoi eredi come un corsaro solitario o un raffinato pensatore antisistema, Rauti viene ripulito da ogni scoria eversiva. Ma la cronaca giudiziaria, i dossier dei servizi e le carte processuali inchiodano la sua parabola a una realtà ben più pesante: quella dell’ispiratore occulto di quel brodo di coltura eversivo che i giudici hanno cristallizzato nero su bianco nelle sentenze.
La biografia di Rauti nasce e si nutre nel fango e nella mitologia della Repubblica Sociale Italiana, e non conosce l’istituto dell’abiura. Diciassettenne, sceglie volontariamente di aderire alla RSI arruolandosi nella Guardia Nazionale Repubblicana e nelle Brigate Nere, incamerando quell’imprinting fondativo fatto di violenza paramilitare e culto della nazione tradita. Già nel primissimo dopoguerra transita e milita nei Fasci di Azione Rivoluzionaria, la cellula clandestina ed eversiva protagonista di attentati e colpita da inchieste e retate. Quando poi, nel 1946, contribuisce a dare vita al Movimento Sociale Italiano, il perimetro formale della Costituzione repubblicana gli sta stretto fin da subito. Non cerca la mediazione parlamentare, cerca la sovversione radicale. Per Rauti il sistema non va corretto dall’interno, ma aggredito e smontato con ogni mezzo, facendo leva sulle doppie lealtà e sull’anticomunismo viscerale della Guerra Fredda.
La prima frattura strutturale arriva nel 1956, quando abbandona il partito per fondare il Centro Studi Ordine Nuovo. Sotto la patina di un intellettualismo reazionario nutrito dal tradizionalismo integrale di Julius Evola, maestro e punto di riferimento costante, Ordine Nuovo comincia a strutturare la teoria dell’attacco allo Stato. Nelle catacombe del neofascismo italiano si elabora il concetto che le istituzioni siano un guscio transitorio da abbattere, un obiettivo da colpire attraverso la violenza politica e l’attivismo paramilitare. Sono gli anni in cui prende forma quel progetto che porterà dritto alla stagione della strategia della tensione.
Con una spregiudicatezza tattica che lo accompagnerà per l’intera esistenza, Rauti si muove su più tavoli: intrattiene legami organici con i circuiti golpisti — come emerge dai rapporti e dalle informative sul tentativo di colpo di Stato di Junio Valerio Borghese nel dicembre del 1970 — e schiera la propria biografia nel cuore del potere occulto, come certifica la sua tessera della Loggia P2 (numero inv. 1626) di Licio Gelli. Nel frattempo, rientra nel MSI nel 1969, proprio alla vigilia della stagione delle bombe. Ma il seme gettato dagli ordinovisti ha già radicato. Il 22 novembre del 1973, travolto dal peso delle inchieste e delle connivenze con i primi gruppi terroristici, il governo presieduto da Mariano Rumor — su spinta del ministro dell’Interno Paolo Taviani — emana il decreto di scioglimento del Movimento Politico Ordine Nuovo invocando la legge Scelba e la XII disposizione transitoria della Costituzione. L’accusa è di ricostituzione del disciolto Partito Fascista e finalità eversive.
Il nome di Rauti, tuttavia, continua a fluttuare come un’ombra pesante sui misteri più bui della Repubblica. Compare nelle carte dell’inchiesta sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974. Anni dopo, nel 2008, arriverà il rinvio a giudizio e poi il processo d’Assise, che nel 2010 lo assolve per non aver commesso il fatto, con una sentenza confermata in appello nel 2012 basata sull’insufficienza probatoria. Ma i giudici, nero su bianco, inchiodano la sua condotta alla predicazione sistematica di idee che altri avrebbero tradotto nel terrore delle stragi, certificando il suo ruolo di primo piano nella costruzione di quel quadro eversivo, anche laddove il codice penale non riusciva a trasformare la responsabilità morale in una condanna materiale.
Le uniche condanne definitive che incasserà riguarderanno reati legati all’attività eversiva delle prime fasi, ma la cifra di Rauti resterà l’irriducibilità. Nel 1995, quando a Fiuggi Gianfranco Fini compie la svolta per traghettare Alleanza Nazionale nei salotti buoni della Seconda Repubblica e ripulire il simbolo, Rauti si alza, sbatte la porta, fonda il Movimento Idea Sociale e sceglie la coerenza della nostalgia, senza mai rinnegare una sola virgola del proprio fascismo originario.
Oggi quella storia viene sdoganata senza più filtri da una classe dirigente che governa il Paese. Sdoganamento che si traduce nell’occupazione dei posti chiave dello Stato, come i sottosegretariati e le deleghe di governo affidate ai figli e ai fedelissimi, fino all’insolenza politica di inaugurare sedi di partito a lui intitolate proprio nei luoghi sfregiati dalla violenza nera — come il circolo di Fratelli d’Italia aperto a Brescia a due passi da Piazza della Loggia, tra le proteste indignate dei familiari delle vittime. Il recupero acritico di Pino Rauti non è un semplice omaggio genealogico fra camerati, ma l’operazione cinica con cui si normalizza il passato eversivo della destra italiana, consegnando all’opinione pubblica l’amnesia di Stato.
