Emfa, la grande incompiuta

Iran, lo spettro di una nuova guerra dopo le elezioni negli USA e in Israele

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Il 3 novembre votano gli americani per rinnovare tutti i seggi della Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato. Gli israeliani hanno votato il 27 ottobre per il rinnovo della Knesset (il Parlamento). Durante la campagna elettorale in tutti e due i Paesi si è parlato molto della Repubblica Islamica dell’Iran. Cosa insolita soprattutto negli USA, dove raramente nelle elezioni di Midterm si parla della politica estera.

Anche in Iran molti hanno seguito con attenzione e preoccupazione queste due elezioni. La prossima guerra di Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica dipende in gran parte dai risultati delle elezioni americane e dalla formazione del nuovo governo in Israele.

Nei giorni scorsi il presidente americano e il premier israeliano hanno parlato al telefono. Secondo le indiscrezioni, Benjamin Netanyahu avrebbe chiesto a Donald Trump di attaccare l’Iran subito dopo la chiusura delle urne negli Stati Uniti. Il presidente americano, sempre secondo indiscrezioni, avrebbe risposto che inizierà una nuova ondata di attacchi contro la Repubblica Islamica non appena conoscerà l’esito delle elezioni. Sempre secondo voci raccolte negli ambienti della Casa Bianca, se l’esito del voto sarà a favore dei democratici e i repubblicani perderanno la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, cosa quasi certa secondo tutte le previsioni, e forse anche al Senato, dove la partita si gioca in 6 Stati in bilico, il presidente potrebbe dare il via libera al CENTCOM, il Comando Centrale delle forze statunitensi in Medio Oriente, per iniziare una nuova guerra contro la Repubblica Islamica. L’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM, ha già presentato, giovedì scorso, alla Casa Bianca i suoi piani per la prossima guerra contro la Repubblica Islamica. Guerra che, secondo quanto ha dichiarato Donald Trump, “sarà rapida, dura e devastante”.

I Paesi della regione del Golfo Persico, alleati degli Stati Uniti, sono stati già allertati che dal 4 novembre, in qualsiasi momento, potrebbe iniziare la terza fase della guerra contro l’Iran. Il presidente americano in precedenza aveva minacciato che in questa fase, oltre agli attacchi per distruggere l’impianto nucleare di Pickaxe Mountain (in farsi Kuh-e Kolang Gaz La, ossia “la montagna del piccone”), colpirà anche le infrastrutture civili del Paese.

Pickaxe Mountain è un complesso di gallerie e tunnel sotterranei situato in Iran, nella catena montuosa degli Zagros, a meno di due chilometri dal noto impianto nucleare di Natanz, già colpito nella guerra precedente.

Donald Trump ha più volte minacciato che gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con tale durezza da “riportarlo all’età della pietra”. Minacce ripetute nei giorni scorsi, dopo le elezioni di ottobre, anche da Benjamin Netanyahu.

Minacce che la popolazione iraniana ha preso molto sul serio. Gli iraniani dall’inizio di questo conflitto si sentono schiacciati tra l’incudine e il martello. Da una parte, la repressione sempre più dura non solo di ogni forma di dissenso, ma anche di atti di semplice disobbedienza civile. Dall’inizio del conflitto le esecuzioni sono quotidiane e non soltanto per i reati comuni, ma anche di dissidenti politici e giovani “colpevoli” di aver preso parte a una manifestazione. Gli ultimi due giovani (Amir Hossein Maleki e Amir Hossein Ebrahimi), arrestati durante le manifestazioni dello scorso gennaio, sono stati impiccati all’alba del 3 novembre. Con la loro esecuzione sale a 36 il numero dei manifestanti uccisi dall’inizio della guerra, ai quali devono essere aggiunte anche 17 persone impiccate con l’accusa di spionaggio e altre 15 per appartenenza ai gruppi dell’opposizione. Numeri sorprendenti anche nella Repubblica Islamica.

Le prime due ondate di guerra congiunta degli USA e di Israele (giugno 2025 e gennaio 2026) hanno reso difficile anche la vita quotidiana dei cittadini iraniani, con un’inflazione galoppante del 117 per cento. L’inizio della guerra, secondo i dati ufficiali, ha costretto alla chiusura molte entità produttive, causando la perdita di circa 3 milioni di posti di lavoro.


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